Secondo alcuni sondaggi, in questo momento storico, mai come prima, l’umanità ha le “mani pulite”. Non è un riferimento alla celebre inchiesta sulle ruberie degli anni Novanta, ma piuttosto al mantra di queste settimane: oltre a restare a casa, uno dei gesti più elementari per scongiurare il passaggio del virus è lavarsi le mani spesso e a fondo, dedicando all’operazione un tempo mai inferiore ai 20 secondi.

Un gesto di igiene personale banale, basilare e scontato – anche se non per tutti – che prima della comparsa del coronavirus spesso era limitato a prima di sedersi a tavola, o in caso di sporco improvviso da eliminare. Eppure, l’importanza di lavarsi le mani non è un gesto così antico, visto che risale appena a 130 anni fa, quando Ignác Semmelweis, medico ungherese ricordato per l’importante apporto nelle trasmissioni batteriche da contatto, scoprì quanto fosse fondamentale per salvare vite umane quello che per noi oggi è un gesto fra i più banali. Intorno alla metà del 1800, Semmelweis lavorava presso il reparto maternità dell’ospedale di Vienna: la medicina non aveva ancora fatto i conti con germi e batteri e la moria di neonati era attribuita ad un mix di fetori: quello dei cadaveri presenti nell’edificio, quello delle fognature e perfino quello della boscaglia incolta che circondava la struttura ospedaliera. Unico rimedio possibile, secondo i luminari dell’epoca, sbarrare le finestre. Sul resto, per un medico passare da un’autopsia ad un parto era normalità, e senza neanche il fastidio di darsi una sciacquata alle mani. Ignác Semmelweis si accorge che qualcosa non va quando un suo collega, dopo essersi ferito accidentalmente con un bisturi, muore della medesima febbre che decimava i bambini.

È lui a chiedere ai colleghi, piuttosto riluttanti all’idea di considerarsi “sporchi”, uno sforzo in più: lavarsi le mani in una soluzione di acqua e cloro al termine di ogni intervento. Incredibilmente, i bambini smettono di morire, così come i pazienti, e perfino i medici stessi. Ma questo non è bastato a salvare Semmelweis, che per aver osato criticare la categoria a cui lui stesso apparteneva fu licenziato, morendo solo e dimenticato in un manicomio a soli 47 anni.

Soltanto Louis Pasteur e Joseph Lister, molti anni dopo, riuscirono a dimostrare la geniale intuizione di Ignác Semmelweis, riabilitato a livello accademico e diventato il simbolo di uno dei più clamorosi esempi di pregiudizio.

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