È l’anno della mascherina, il pegno che l’umanità paga alla ritrovata pseudo-libertà di poter lasciare le pareti domestiche e incrociare il prossimo per la strada. Da presidio medico indispensabile la mascherina è diventata via via un bene primario introvabile, quindi un accessorio di moda e perfino un metodo per protestare, come dimostrato in America, dove sono andate a ruba mascherine con la scritta “I can’t breathe”, non posso respirare, le ultime parole pronunciate dal povero George Floyd, ucciso dalla polizia di Minneapolis.

Perfino sulla loro utilità, in questi mesi, si è discusso parecchio, con classificazione dei modelli egoisti ed altri altruisti, creando una confusione in cui gli esperti e l’OMS hanno fatto la loro parte: uno a dire sono indispensabili, l’altro a replicare non servono a niente.

A mettere tutti d’accordo, si spera, è arrivata una soluzione nata nel laboratori dell’Indiana University: una mascherina con carica elettrica in grado di disattivare il coronavirus.

Si tratta di un prototipo di tessuto che genera una carica elettrica di bassa intensità, non percepibile e per nulla fastidiosa, che neutralizza gli agenti patogeni. Lo studio, pubblicato sulla rivista ChemRxiv, si è sviluppato intorno ai materiali elettroceutici, che sono in grado di generare campi elettrici capaci di interferire sul comportamento di virus e batteri, che necessitano di interazioni elettrostatiche per legarsi all’ospite in forma infettiva. Visto in dettaglio, “Il materiale è un poliestere composto da un reticolo di punti alternati di argento e zinco simili a pois, larghi da uno a due millimetri e distanziati fra loro di un millimetro – spiega Chandan Sen, uno degli autori dello studio – quando il materiale elettroceutico è asciutto funziona come un normalissimo tessuto, ma se viene inumidito con la saliva o il respiro, gli ioni dei liquidi scatenato una reazione elettrochimica: l’argento e lo zinco generano un debole campo elettrico che elimina i patogeni dalla superficie”.

Il progetto, basato sulla tecnologia V.Dox, è stato testato lo scorso anno per il trattamento dei biofilm batterici sulle ferite, ed è in attesa dell’approvazione definitiva della FDA (Food and Drug Administration). In base agli esperimenti, il tessuto elettroceutico è in grado di destabilizzare i virus rendendoli inefficaci: il 44% delle particelle virali entro un minuto, il 24 dopo 5.

La speranza è che la tecnologia possa essere utile contro il cappo del coronavirus, i cui test sono previsti a breve: in caso positivo, la produzione su vasta scala di tessuto elettroceutico sarebbe possibile a costi relativamente bassi.

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