Per decenni, i dermatologi hanno ripetuto lo stesso mantra: al mare è necessario mettere la crema solare sempre, anche quando è nuvoloso: protegge dalle scottature, scherma i raggi UVB e riduce il rischio di tumori della pelle.
E tutti hanno riempito le borse da spiaggia imparando a distinguere l'SPF 30 dal 50, a rimetterla ogni due ore e a non fidarci della scritta “waterproof” che in Europa, non a caso, è stata vietata perché ingannevole.
Avevamo quasi raggiunto la maturità solare, e adesso ci dicono che la crema fa male, almeno al mare.
Succede che in alcune tra le spiagge più iconiche del pianeta, l’innocua boccettina beige della crema solare potrebbe costare una multa fino a 2.500 euro e la confisca sul posto.
La lista dei luoghi che hanno messo al bando le lozioni convenzionali si allunga di stagione in stagione: Hawaii, Isole Vergini americane, Aruba, Bonaire, Palau, Costa Rica, Messico, con i parchi acquatici di Xcaret e Xel-Há, e da ultimo la Thailandia, che ha dotato i propri ranger del “Thai Department of National Parks” del potere di sanzionare chi osi avvicinarsi alla barriera corallina unto di ossibenzone. Sostanza che a quanto pare i coralli detestano.
I composti sotto accusa sono 12 in tutto, ma il cattivo della storia è lui, l’ossibenzone, o BP-3 per chi capisce di chimica, presente in oltre 3.500 prodotti solari in commercio nel mondo. Dal 2014, la ricerca scientifica lo ha messo alla gogna: favorisce lo sbiancamento dei coralli, provoca deformità nelle larve e danneggia il DNA delle forme larvali del corallo.
Ai danni chimici si somma la pressione del turismo: nei Caraibi, dall'inizio degli anni Sessanta, è scomparso oltre l'80% delle barriere coralline. Ogni anno tra le 6.000 e le 14.000 tonnellate di crema solare si sciolgono nei mari tropicali: sulle sole spiagge mediterranee, in un giorno qualunque d'agosto, finiscono in acqua non meno di 4 kg di filtri UV.
E chi pensava che il problema si fermasse agli ingredienti vietati sbaglia di grosso: le creme solari non sono uguali in tutto il mondo, e orientarsi tra le etichette internazionali è un'impresa degna di un dottorato in chimica.
Negli Stati Uniti la crema solare è classificata come farmaco da banco, ma con una piccola trappola: un SPF 50 americano corrisponde a un SPF 25 europeo. In Giappone si parla di quasi-farmaci, in Cina di cosmetici speciali, in Corea del Sud di cosmetici funzionali. L'Inghilterra classifica la protezione UVA con stelline da uno a cinque, l'Europa si limita a scrivere “UVA” dentro un cerchio, senza specificare quante.
La buona notizia è che un'alternativa esiste e non richiede di andare in spiaggia avvolti in un lenzuolo. Le creme minerali, a base di ossido di zinco o biossido di titanio, schermano i raggi UV senza rilasciare composti tossici in mare.
In commercio esistono anche prodotti con bollino “Reef Safe”, che certifica l'assenza delle dodici sostanze più problematiche. Il consiglio aggiuntivo degli esperti è di evitare gli spray solari: una parte consistente di quanto viene spruzzato finisce nell'aria e poi in acqua senza aver toccato un centimetro quadrato di pelle. Anche limitare l'esposizione nelle ore più calde riduce la quantità di prodotto necessaria, con beneficio per la pelle e per il fondale.











