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Nell'estate del 2023, il presidente del CAI Alto Adige ha rilasciato al “Corriere della Sera” una dichiarazione che vale come epitaffio di un’epoca: “Vado in Veneto”. Lo diceva dopo l'ennesimo video virale della funivia di Seceda intasata come la tangenziale di Milano al venerdì pomeriggio, dopo le polemiche sulle banchine del lago di Como debordanti di turisti in attesa del treno e anni di fotografie in cui i luoghi più belli del mondo somigliavano sempre più a delle code infinite.

Da quella resa, e da molte altre simili, sparse in ogni angolo del pianeta, è nata una delle tendenze di viaggio più discusse degli ultimi anni. Internet, che digerisce meglio l’inglese, la chiama “destination dupe”. Significa la destinazione sosia, la controfigura o il clone accessibile.

In fondo il principio è quello del profumo da supermercato che “ricorda” Chanel N°5: stessa scia e zero sensi di colpa. Così Paros prende il posto di Santorini. Liverpool di Londra, Galway di Dublino e Bodrum come versione mediterranea di Saint-Tropez.

Il meccanismo è perfettamente oliato per l'epoca degli algoritmi: se esiste una destinazione desiderabile, allora c’è anche la sua versione discount. Il mappamondo si riorganizza in un sistema in cui ogni luogo celebre ha la sua controfigura più economica, meno stressante e ancora sufficientemente sconosciuta da conservare l'illusione della scoperta.

I dati sembrano dare ragione al fenomeno: Taipei come alternativa a Seoul ha registrato un aumento di ricerche pari al 2.786%, Pattaya al posto di Bangkok segna più 249, Curaçao sostituisce Saint-Martin con un più 185.

Questa storia affonda le radici negli anni della pandemia, quando il cosiddetto “revenge travel”, il desiderio viscerale di recuperare il tempo perduto e i viaggi rimandati, ha riportato i flussi turistici ai livelli pre-Covid con una velocità che nessuno era preparato ad assorbire.

Così le città hanno introdotto tasse di soggiorno, limitato gli affitti brevi E contingentato gli accessi ai sentieri di montagna, Venezia ha messo il biglietto d'ingresso, Le Cinque Terre prenotano la passeggiata e in questo clima le destination dupes sono diventate una via di fuga elegante con meno stress e conti più leggeri.

Ma qui si annida la contraddizione più gustosa del fenomeno, quella che chi lo pratica finge di non vedere: la destination dupe funziona finché rimane così. Nel momento esatto in cui “Expedia” pubblica la classifica delle mete alternative e TikTok comincia a girare i video dei canali di Lubiana come fossero Venezia, il segreto è evaporato.

La meta alternativa diventa destinazione, attira le folle che voleva evitare, e tutto ricomincia da capo.

Alcuni lo sanno perfettamente e risolvono la questione presentando sui social le destinazioni sosia spacciandole per le originali e funziona perché il valore del viaggio resta ancora legato alla reazione di chi rimane a casa.

Quello che cambia rispetto al semplice risparmio è il racconto che costruisce intorno alla propria scelta: il dupe traveller non va a Pattaya perché Bangkok è cara, sta “esplorando una Thailandia autentica lontana dal turismo di massa”, on sceglie Perth perché Sydney è fuori budget, “preferisce le vibrazioni più rilassate dell'Australia occidentale”.

Nel frattempo, qualcosa di più interessante accade ai margini del fenomeno. Mentre le piattaforme di viaggio si disputano le classifiche delle mete-clone e gli influencer costruiscono itinerari, una fetta crescente di viaggiatori ha smesso di fidarsi di qualsiasi suggerimento arrivi dall'alto.

Il vero lusso del 2026 è un Google Doc condiviso tra amici fidati: documenti collaborativi aggiornati per anni, mappe costruite lentamente, consigli che non aspirano a diventare virali. Nient’altro di quello che un tempo si chiamava passaparola, forma di comunicazione pre-internet, tornata a circolare come una scoperta rivoluzionaria.