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Solo a immaginarla, è un’immagine vagamente surreale: un funzionario del governo metropolitano di Tokyo di 41 anni che entra in ufficio per la prima volta in vita sua con le ginocchia scoperte.

“Ero un po' nervoso - ha confessato ai giornalisti del Japan News - ma credo che migliorerà la mia efficienza lavorativa”. Non comfort o svago ma efficienza, perché siamo pur sempre in Giappone.

Dal 22 aprile scorso, il Governo Metropolitano di Tokyo ha ufficialmente invitato i propri dipendenti ad abbandonare giacche, cravatte e la solennità del completo scuro in favore di t-shirt, polo, scarpe da ginnastica e - novità storica - pantaloncini corti. Non è una concessione al relax ma una strategia, come quasi tutto quello che succede in questo Paese.

Meno formalità addosso significa meno aria condizionata necessaria, il che si traduce in meno energia consumata, in questo momento preciso della storia roba che vale oro, visto che il Giappone dipende dal Medio Oriente per circa il 90% delle proprie importazioni di petrolio, e buona parte di quel petrolio transita dallo Stretto di Hormuz, che ultimamente ha smesso di essere una via di navigazione e si è trasformato in una variabile geopolitica ad alto rischio.

Con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran che trascina i prezzi degli idrocarburi verso l'alto, Tokyo si è trovata a fare i conti con bollette che non perdonano. La risposta? Alzare il termostato di qualche grado, ma senza mandare i dipendenti in stato di prostrazione termica, bisogna togliergli la giacca.

La campagna prevede di non scendere sotto i 28 gradi con l'aria condizionata: per chi ha passato anni a lavorare in completo in agosto, è quasi un atto di clemenza.

Il Giappone, del resto, non è nuovo a questo tipo di pragmatismo: nel 2005 l'allora ministra dell'Ambiente Yuriko Koike lanciò il programma Cool Biz, con un obiettivo già allora tutt'altro che scontato: convincere i lavoratori giapponesi che la cravatta non era una condizione necessaria per essere presi sul serio.

Fu una mezza rivoluzione culturale in un Paese dove il completo da lavoro ha sempre avuto lo status di divisa nazionale, segnale di appartenenza, serietà e rispetto delle gerarchie.

Quel programma sopravvisse, si ramificò, fu aggiornato di anno in anno con aggiustamenti progressivi, mMa restava un limite che nessuno aveva osato superare: le gambe. Mostrarle in ufficio era rimasto un tabù silenzioso e solidissimo. Fino ad adesso.

“Incoraggiamo un abbigliamento fresco che privilegi il comfort - ha dichiarato la governatrice Koike ai giornalisti - polo, magliette, scarpe da ginnastica e, a seconda delle mansioni, pantaloncini”, che è il piccolo margine diplomatico lasciato a chi riceve delegazioni straniere o siede in riunioni importanti. Per tutti gli altri, avanti con gli shorts.

Guardata dall'Europa, la notizia rischia di sembrare una curiosità estiva, il tipo di storia leggera da mettere in fondo a un telegiornale prima del meteo, ma racconta qualcosa di interessante sul Giappone contemporaneo, Paese che usa l'indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature) per misurare il rischio da caldo, un sistema che considera non solo la temperatura dell'aria ma anche umidità, irraggiamento solare e condizioni ambientali complessive.

Tokyo, con il suo asfalto denso, i grattacieli che intrappolano il calore, il traffico e un'umidità estiva che non scende mai abbastanza, è particolarmente esposta all'effetto isola di calore. Ogni anno i casi dinetsuchūshō - il colpo di calore - diventano un'emergenza sanitaria seria, non relegata agli anziani ma diffusa anche tra lavoratori e pendolari che trascorrono ore sui treni sovraffollati.

Il Cool Biz 2026, quindi, non è solo una campagna sul guardaroba, ma un pacchetto più ampio che include orari flessibili per sfruttare le ore più fresche del mattino, incentivi allo smart working nelle giornate peggiori e la liberazione delle gambe dai tessuti sintetici che in agosto diventano una tortura silenziosa.

Tokyo, intanto, non è sola in questa corsa al risparmio e all'adattamento. Vietnam e Corea del Sud hanno già adottato misure per razionare i consumi energetici, a Seul le autorità stanno incoraggiando i residenti a spostarsi in bicicletta, mentre in altri Paesi asiatici si sperimenta la settimana lavorativa ridotta o si anticipano gli orari d'ufficio per evitare le ore più calde.