Il donut non è americano, e questa è la prima cosa da sapere, in fondo anche la più scomoda per chi lo considera il simbolo commestibile dell'imperialismo culturale a stelle e strisce. Viene dai Paesi Bassi, dove nel Quattrocento si friggevano le “olykoek”, palline di impasto lievitato, uova, farina e qualche volta frutta secca.
Arrivarono nel Nuovo Mondo con i coloni olandesi, si stabilirono a New Amsterdam (poi New York), e da quel momento le cose cambiarono per sempre. Per quasi due secoli, il dolce è rimasto un affare interno, e la prima a venderli in negozio fu una certa Anna Joralemon, che nel 1673 aprì a Broadway uno spazio dedicato a queste frittelle, citate nel 1809 da Washington Irving nel suo “History of New York” come specialità delle “genuine famiglie olandesi”. Poi arrivarono i lieviti chimici a rendere la produzione veloce e il donut uscì dalle cucine olandesi per entrare nelle case di mezza America.
Anche il buco in mezzo non è sempre esistito, l’impasto al centro non cuoceva bene, oppure il capitano Hanson Gregory nel 1847 infilzò la sua ciambella su una maniglia del timone per avere le mani libere durante una tempesta, mentre secondo un’altra versione non gli piacevano le noci usate per riempire il centro. Le tre versioni coesistono nei libri di storia senza che nessuno abbia mai risolto la questione. Quel che è certo è che eliminare il centro fu la mossa giusta per avere meno impasto crudo, meno noci costose e più cottura uniforme.
La Prima guerra mondiale fece il resto. Le volontarie dell'Esercito della Salvezza friggevano donut nelle trincee francesi a volte usando gli elmetti come padelle e li distribuivano alle truppe americane ancora caldi.
Le “doughnut lassies” diventarono famose, i soldati portarono l'abitudine in patria, e il donut entrò nell'immaginario collettivo americano per non uscirne più. Nel 1938 quella stessa tradizione diede origine al “National Donut Day”, che ancora oggi si celebra ogni primo venerdì di giugno.
Nel 1921 Adolph Levitt, rifugiato ebreo russo con un forno a Harlem, inventò la prima macchina automatica per produrli chiamata “Wonderful Almost Human Automatic Doughnut Machine”, faceva 60 pezzi all'ora ed era esposta in vetrina per attirare la clientela.
Levitt costruì intorno a quell'invenzione un'impresa da 25 milioni di dollari nel mezzo della Grande Depressione, il motivo per cui il donut sopravvive a qualunque crisi: è economico, grasso, dolce e non richiede posate.
Oggi in Europa se ne consumano 3,2 miliardi l'anno. Il dato è di “Vandemoortele”, gruppo belga fondato nel 1899 che produce oltre un milione di pezzi al giorno, diffuso in occasione del National Donut Day dello scorso 5 giugno.
Il numero fa impressione, ma diventa più comprensibile se si considera che il donut ha smesso da tempo di essere solo colazione per diventare merenda, pausa pranzo e acquisto d'impulso davanti alla vetrina, rigorosamente da fotografare prima di addentarlo.
L'all day eating, lo sgretolamento dei pasti tradizionali a favore di piccole soddisfazioni distribuite nell'arco della giornata, ha trovato nel donut il suo portabandiera.
Il donut ha un vantaggio competitivo che pochi altri prodotti da forno possono vantare: si mangia anche con gli occhi. Glasse colorate, topping stagionali, nomi evocativi come “Lemon Meringue”, “Millionaire Dream”, “Rocky Road” o “Pink Cloud”, a cui aggiungere i formati mini e le edizioni limitate per Halloween e Natale.
Da un punto di vista strettamente nutrizionale, il prodotto è rimasto fedele a se stesso, senza mai evitare burro, zucchero e farina, frittura.
La disputa sul nome, “doughnut” o “donut”, è ancora aperta. La forma abbreviata si è diffusa a metà Novecento, probabilmente per semplificare la pronuncia ai clienti stranieri, e il giornalista William Safire sul New York Times la difese con un argomento filologico: dough significa impasto, non “do”.












