Scorrere, scorrere e poi scorrere ancora, senza riuscire a fermarsi, passando fra guerre, crisi, disastri e allarmi continui. È il doomscrolling, una parola ormai entrata nel linguaggio comune per descrivere un’abitudine sempre più diffusa: consumare in modo compulsivo notizie negative, soprattutto sui social. Un gesto che sembra innocuo, ma che può trasformarsi in una trappola per la salute mentale.
Il fenomeno si è amplificato durante la pandemia e continua a crescere sull’onda di conflitti, crisi climatiche ed economiche. A favorirlo sono anche gli algoritmi, progettati per catturare l’attenzione: ogni clic segnala interesse e produce una valanga di contenuti simili, spesso accompagnati da notifiche e titoli allarmistici. Il risultato? La sensazione di non potersi mai davvero staccare.
Dal punto di vista psicologico, il doomscrolling sfrutta un meccanismo antico: il bias della negatività. Il nostro cervello è programmato per individuare le minacce prima di tutto il resto. Un’eredità evolutiva che, nel mondo iperconnesso, si trasforma in sovraesposizione continua allo stress.
Le conseguenze non sono trascurabili. Anche se mancano dati definitivi, l’esposizione costante a notizie negative può alterare la percezione della realtà, rendendola più cupa e pericolosa di quanto sia. Ansia, stress, disturbi del sonno e peggioramento di quadri depressivi sono tra gli effetti più frequenti, soprattutto nelle persone più sensibili. A rendere il tutto ancora più insidioso è la gratificazione immediata: ogni nuova notizia rilascia dopamina, spingendo a cercarne un’altra.
Il doomscrolling non riguarda solo i social. Anche siti di informazione e telegiornali possono alimentare la ricerca compulsiva di aggiornamenti, ma le piattaforme digitali restano il terreno più fertile grazie allo scroll infinito che elimina qualsiasi pausa naturale.
Come difendersi, allora? La soluzione non è sparire dalla rete, perché funziona solo in casi estremi e spesso non dura, molto più efficace èinvece imparare a usare i social in modo consapevole: stabilire tempi precisi, sessioni brevi e controllate, magari con un timer. Educarsi a trasformare un comportamento automatico in una scelta intenzionale.
Un’attenzione particolare va riservata ai più giovani, che non hanno memoria di un “prima” senza l’ingombrante presenza dei social: educazione digitale, confronto e ritorno alle relazioni sociali di persona sono strumenti fondamentali per aiutarli a riconoscere i segnali di un uso disfunzionale.
In un mondo che sembra urlare cattive notizie senza sosta, restare informati è importante. Ma lo è ancora di più proteggere il proprio equilibrio mentale, perché spegnere lo schermo, ogni tanto, non significa voltare le spalle alla realtà, ma semplicemente tornare a respirare.






