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Mancano cinque mesi alla fine del 2026, ma il calendario ecologico si è già chiuso: oggi, 30 luglio, cade l'Earth Overshoot Day, il giorno in cui l'umanità ha consumato tutte le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare nell'arco dei dodici mesi.

Da domani si vive ufficialmente a debito, prelevando dal capitale naturale del pianeta invece di accontentarsi degli interessi che gli ecosistemi sarebbero in grado di offrire. Il “Global Footprint Network” calcola che, ai ritmi attuali, l'umanità stia consumando la natura il 73% più velocemente di quanto riesca a rigenerarsi: tradotto in pianeti, servirebbero 1,73 Terre per sostenere lo stile di vita globale.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, il fatto che la data sia arrivata sei giorni più tardi rispetto al 2025 non è una buona notizia travestita da buona notizia. Lo slittamento dipende quasi interamente da un aggiornamento metodologico sulla capacità degli oceani di assorbire le emissioni, che da solo avrebbe spostato il conto in avanti di otto giorni. Poiché però l'inquinamento reale nell'ultimo anno è comunque aumentato, il guadagno netto si riduce a due giorni bruciati subito dopo. Il risultato, spiegano gli stessi analisti, è che il 2026 registra il debito ecologico più alto mai calcolato, altro che miglioramento.

Il divario tra quanto l'umanità chiede al pianeta e quanto il pianeta riesce a restituire va avanti da oltre cinquant'anni, e ha accumulato un debito ecologico complessivo pari a 20,6 anni della capacità rigenerativa della Terra.

Per farsi un'idea di come si sia arrivati fin qui basta guardare l'evoluzione della data nel tempo: nel 1970 il limite annuale veniva raggiunto solo a fine dicembre, nel 1990 era già scivolato a metà ottobre, nel 2000 a fine settembre, nel 2010 ai primi di agosto. Il 2020 ha rappresentato una breve parentesi, dovuta al rallentamento delle attività durante la pandemia, ma da allora la data ha ripreso puntualmente ad anticiparsi.

A far quadrare così male i conti sono soprattutto quattro voci, che raccontano il sovrasfruttamento: si bruciano petrolio e carbone per muovere auto e fabbriche producendo più smog di quanto le foreste riescano ad assorbire, si consuma più acqua dolce di quella che le piogge riescono a ricaricare, si abbattono più alberi di quanti ne crescano e si pescano più pesci di quanti ne nascano nei mari.

Da più di quindici anni l'Earth Overshoot Day cade più o meno nello stesso periodo dell'anno, ma questo non significa che la situazione sia stabile: i danni continuano a sommarsi anno dopo anno.

Non tutti i Paesi pesano allo stesso modo su questo bilancio. Se l'intera popolazione mondiale consumasse come il Qatar, il limite annuale sarebbe già stato raggiunto il 4 febbraio,; a ruota seguirebbero Lussemburgo, il 17 febbraio, e Singapore, il 23 febbraio, con Kuwait, Canada, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti e Australia a completare il gruppo dei consumatori più voraci.

All'estremo opposto Paesi come Uruguay, Indonesia, Ecuador e diverse nazioni africane, che grazie a consumi più contenuti o a una maggiore disponibilità di risorse rispetto alla popolazione raggiungono il proprio Overshoot Day nazionale molto più avanti nell'anno, mentre per alcuni Stati il dato non è calcolabile per carenza di informazioni.

L'Italia non gioca dalla parte dei più virtuosi, anzi, se tutti gli abitanti del pianeta vivessero secondo lo stile di consumo medio italiano, l'Earth Overshoot Day mondiale cadrebbe già il 3 maggio, e servirebbero circa 2,7 pianeti Terra per reggere un simile ritmo.

Non è la posizione più estrema della classifica globale, ma è comunque la fotografia di un Paese che continua a consumare risorse naturali molto più velocemente di quanto il pianeta riesca a rigenerarle, con ampi margini di miglioramento su efficienza energetica, economia circolare e riduzione degli sprechi.

Per il Wwf, la partita decisiva per invertire la rotta si gioca soprattutto nelle città. Oltre metà della popolazione mondiale vive già in aree urbane, quota che entro il 2050 salirà a quasi il 70%: pur occupando appena il 3% della superficie terrestre, le città sono responsabili di circa il 75% dei consumi energetici globali e del 70% delle emissioni di gas serra legate alle attività umane, ma generano anche oltre l'80% del Pil mondiale.