“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, e percorri il cammino che ho percorso io”. È una frase del grande Luigi Pirandello, una sorta di invocazione all’empatia, la capacità di capire e condividere i sentimenti degli altri. In questi anni veloci & feroci, si sa, una merce diventata assai rara.
Proprio per questo, ormai da anni, l’empatia è entrata nel programma scolastico della Danimarca, materia obbligatoria dai 6 ai 16 anni, l’arco di tempo in cui si forma e si consolida il carattere degli adulti di domani. Il principio è che la gentilezza, la comprensione e la condivisione dei sentimenti del prossimo non siano un semplice risvolto del carattere, ma qualcosa che va allenato fin da piccoli.
A conforto della teoria che ha spinto le autorità scolastiche danesi a pretendere l’inserimento di un’ora settimanale di empatia, in aggiunta al 60% del lavoro scolastico in gruppo, c’è la conferma delle neuroscienze, secondo cui l’empatia non è solo un sentimento esteriore, ma modifica addirittura la struttura cerebrale: allenandola significa mettere in moto la corteccia prefrontale mediale, la parte del nostro cervello che regola le emozioni e rende capaci di mettersi nei panni degli altri.
Altri studi indicano che i bambini che sviluppano l’empatia fin da piccoli crescono con maggiori probabilità di completare gli studi, ottenere un impiego stabile e mantenere relazioni solide anche nell’età adulta.
Secondo un’analisi dello studio internazionale “HSBC” (Health Behavior in School-aged Children), pubblicata su “ResearchGate” è andata oltre, indagando il rapporto tra bullismo e solitudine su un campione di 5.382 studenti tra 11 e 15 anni. Secondo i risultati della ricerca, il 9% degli studenti dichiara di provare spesso solitudine, il 6,3% subisce episodi di bullismo a scuola e il 4,8% è vittima di cyberbullismo.






