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C’è un record globale di cui si parla poco, eppure riguarda la sopravvivenza di tutti. Il sito americano “Vox” ha calcolato che da oltre otto anni sul pianeta non esplode un’arma nucleare. Mai, dall’alba dell’era atomica, si era registrato un intervallo così lungo senza detonazioni. Un primato quasi invisibile nel frastuono delle crisi internazionali, ma carico di significati.

L’ultima esplosione risale al settembre 2017, quando la Corea del Nord concluse il suo esperimento più recente. Da allora un silenzio apparente, in realtà zeppo di trattati, pressioni diplomatiche, calcoli politici, timori ambientali e anche la consapevolezza che l’opinione pubblica globale oggi tollera sempre meno i “funghi atomici” come strumento di prestigio nazionale.

Per capire quanto questo sia straordinario bisogna ricordare com’era il mondo nel Novecento, il secolo breve. Dopo il 1945, le potenze atomiche avevano trasformato deserti, atolli e steppe in laboratori a cielo aperto: in alcuni periodi della Guerra Fredda si superava allegramente quota cento test.

Il pianeta era il banco di prova di una competizione geopolitica senza precedenti, e dimostrare la propria potenza contava quasi quanto possederla. Le immagini delle nuvole a fungo non erano solo simboli militari, ma messaggi lanciati agli avversari. Il prezzo di quella inutile prova di forza lo raccontano centinaia di studi e rapporti internazionali che hanno collegato per decenni i test a tumori, malattie croniche e contaminazioni che hanno decimato intere popolazioni.

A raffreddare la corsa agli esperimenti non è stato un improvviso slancio pacifista, ma un intreccio di fattori, a cominciare dalla paura delle ricadute radioattive, la fine della Guerra Fredda, il progresso tecnologico e i trattati internazionali.

Il più importante l’accordo per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari del 1996, per quanto non universalmente ratificato, ha contribuito a creare un forte stigma politico. Oggi far esplodere un ordigno per test equivale a isolarsi diplomaticamente e a subire un danno d’immagine enorme.

In parallelo, la scienza ha reso molti test fisici meno necessari, perché ormai simulazioni avanzate e supercomputer permettono di studiare le armi senza far tremare il suolo.

Ma celebrare gli otto anni senza un’esplosione atomica come un trionfo sarebbe uno sbaglio, perché gli arsenali nucleari esistono ancora e le tensioni tra le superpotenze pure. Anzi, i trattati di controllo degli armamenti si stanno indebolendo e alcuni Paesi hanno ventilato l’idea di riprendere i test.

Russia e Stati Uniti si guardano con diffidenza, la Cina amplia il proprio potenziale strategico e il dossier nucleare iraniano resta aperto. In questo quadretto, la pausa nei test sembra più una tregua che una pace. Eppure ogni giorno senza detonazioni significa meno rischio ambientale, nessuna nuova contaminazione, nessuna comunità esposta a radiazioni per generazioni.

Il futuro di questo silenzio non c'è modo di garantirlo, ma il fatto che esista già da così tanto tempo suggerisce che la prudenza è forse diventata la norma.