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Panipat, 260mila abitanti, stato federale dell’Haryana, nord dell'India. Ogni giorno arrivano camion stracolmi di abiti usati dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal Giappone. Si accumulano fino ai soffitti dei capannoni, si smistano per colore e materiale, vengono divorati da macchine trituratrici che li riducono in fibra grezza.

Fibra tornerà sul mercato globale come tappeti, moquette, coperte. Alcuni capi hanno ancora l'etichetta del negozio dell'usato, altri sembrano indossati appena una volta. L'economia circolare, sulla carta, funziona bene. Nella realtà, va avanti perché a pagarne le spese è qualcun altro.

Gli operai lavorano da decenni accanto alle trituratrici, alimentando lame affilate con i resti di quello che qualcuno, dall'altra parte del mondo, ha deciso di non voler più. La polvere di cotone si deposita sul viso, nei capelli, nei polmoni. Sottili strati di fibra si attaccano alla pelle, si insinuano nelle vie respiratorie.

Tossiscono tutto il giorno e faticano a respirare, ma non c’ modo di fermarsi, o meglio, non c’è scelta. Come migliaia di altri migranti arrivati dalle regioni più povere dell'India, questi lavoratori dipendono da quel salario e non hanno alternative credibili. Quando la CNN li ha raggiunti a febbraio, per un toccante reportage firmato di Hanako Montgomery, nessuno indossava maschere o protezioni di alcun tipo.

Molti lavorano lì per necessità familiare: un marito infortunato, dei figli da mantenere, nessun altro reddito possibile. Sanno che la polvere fa male, ma lo accettano con rassegnazione.

Nei reparti di tintura la situazione è perfino peggiore. Sostanze chimiche bollenti maneggiate a mani nude, vapori tossici che saturano ambienti chiusi e soffocanti, scarichi a vista che lasciano i pavimenti scivolosi e macchiati.

Nessun guanto o mascherina: gli operai raccontano alle telecamere dei giornalisti americani irritazioni cutanee, dermatiti, bruciori causati dai prodotti chimici. Le spese mediche, in tutti i casi raccontati alla CNN, se le pagano da soli.

I rappresentanti di categoria scaricano la responsabilità sugli stessi lavoratori: i dispositivi di sicurezza vengono forniti, ma non vengono usati per mancanza di formazione. I medici che visitano quegli operai ogni giorno raccontano altro: tosse cronica, affanno progressivo, nei casi più gravi fibrosi polmonare, un danno irreversibile che non si cura.

Respirare quell'aria per anni accorcia la vita. E tutto questo accade già in una delle aree più inquinate del pianeta, dove emissioni industriali, traffico e polveri rendono il quadro ancora più cupo.

Il danno non resta dentro le fabbriche. Gli scarichi delle tintorie e degli impianti di sbiancamento finiscono nei canali aperti che attraversano villaggi e campi agricoli, e quell'acqua colorata di residui chimici viene usata per irrigare i raccolti e per le attività quotidiane. Un'indagine del 2022 ha rilevato che il 93% delle famiglie della zona ha segnalato problemi di salute seri negli ultimi anni: asma, allergie, malattie della pelle, tumori, mentre i più anziani ricordano che quindici anni fa queste patologie erano rare.

Gli scarichi raggiungono infine lo Yamuna, una delle principali fonti idriche dell'India settentrionale: le autorità hanno disposto alcune chiusure contro gli impianti più irregolari, ma i controlli restano insufficienti e molti sistemi di depurazione sono sistematicamente aggirati.

Panipat è il capolinea invisibile del fast fashion globale: il luogo dove gli abiti che l’occidente consuma troppo in fretta vengono “rigenerati” e rimessi in circolazione, prima di rientrare nelle stesse catene di produzione che li hanno prodotti. Un meccanismo che si regge su centinaia di migliaia di lavoratori privi di assicurazione sanitaria, senza tutele e senza voce. La CNN ha interpellato il Dipartimento del Lavoro dell'Haryana, il Consiglio per il Controllo dell'Inquinamento e il Tribunale Nazionale per l'Ambiente, ma nessuno ha risposto.