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Domani, domenica 10 maggio, è la Festa della Mamma, ma nessuno ricorda mai Anna Jarvis. È per merito, o colpa sua, dipende dai punti di vista, che miliardi di persone comprano fiori, prenotano ristoranti e spediscono messaggi WhatsApp alla propria mamma. Senza saperlo, e probabilmente è meglio così, perché Anna Jarvis avrebbe mandato tutti al diavolo.

La storia comincia a Webster, West Virginia, 1864. Anna è la nona di undici figli, sette dei quali non sopravvivono all'infanzia. Sua madre, Ann Reeves Jarvis, è il tipo di donna che nel XIX secolo veniva definita “attivista sociale”: fondatrice dei “Mothers' Day Work Clubs”, amica di Julia Ward Howe e punto di riferimento della comunità metodista locale.

Nel 1876, chiudendo una lezione domenicale, Ann pronuncia quasi involontariamente quello che sarebbe diventato il suo lascito: “Spero che qualcuno, prima o poi, possa intitolare un giorno di festa alla mamma”. Sua figlia, seduta tra i banchi, prende appunti.

Anna nel frattempo aveva fatto la sua vita: università, diploma al seminario femminile di Staunton, poi impiegata bancaria a Chattanooga, quindi a Philadelphia, dov’era diventata la prima editor di letteratura pubblicitaria femminile della “Fidelity Mutual Life Insurance Company” e azionista in una compagnia di taxi.

Una carriera solida, per una donna di quell'epoca. Poi nel 1904 la madre si trasferisce da lei per problemi cardiaci, e Anna se ne prende cura fino alla morte, nel maggio 1905.

Tre anni dopo, il 10 maggio 1908, organizza una cerimonia commemorativa nella chiesa episcopale metodista di Grafton, oggi ribattezzata “santuario internazionale della Festa della Mamma”, con relativa targa storica dal 1992, perché gli americani targano tutto.

Anna non presenzia di persona: tiene un discorso a Philadelphia e manda 500 garofani bianchi, fiore che aveva scelto con cura per il suo valore simbolico: purezza, amore e devozione. Nel 1914 il presidente Wilson firma il riconoscimento ufficiale come festa nazionale: missione compiuta.

Ma qui inizia il disastro. Il mercato ci vede un'opportunità gettandosi sulla festa della mamma con l'eleganza di un avvoltoio. In breve tempo, fiorai, pasticcieri, tipografi di bigliettini augurali trasformano la ricorrenza in una macchina da soldi di proporzioni industriali. I garofani bianchi, scelti da Jarvis per il loro significato spirituale, diventano prima simbolo commerciale e poi merce qualsiasi.

Anna insorse e non in modo silenzioso: intenta cause legali, scrive lettere furiose agli organi di stampa e organizza campagne pubbliche contro le industrie che la sua festa aveva reso miliardarie. Definisce i bigliettini di auguri “un segno di pigrizia” di chi non è capace di scrivere due righe di proprio pugno, attacca frontalmente la “National Confectioners Association” e finisce per essere arrestata durante una protesta contro la vendita di garofani bianchi a scopo benefico.

Nel 1943, a quasi ottant'anni, tenta ancora di raccogliere firme per abolire ufficialmente la ricorrenza che aveva creato. Non ci riuscirà mai, finendo i suoi giorni in un istituto di cura a West Chester, Pennsylvania, senza un soldo, un marito e dei figli.

È una delle storie più americane che esistano: l'inventore divorato dalla propria invenzione. Muore nel novembre 1948 e viene sepolta accanto alla madre nel West Laurel Hill Cemetery, appena fuori Philadelphia.

La piattaforma di genealogia MyHeritage ha di recente rintracciato alcuni discendenti collaterali negli Stati Uniti, persone che hanno scoperto di essere imparentate con la fondatrice della festa più commercializzata del calendario.

Anna Jarvis aveva in mente qualcosa di intimo e sentimentale, nel senso alto del termine. Ha ottenuto il contrario su scala planetaria, passando trent'anni a combatterlo con le unghie e coi denti, fino all'ultimo centesimo.