Liberi e liberati da ogni obbligo, anche morale, nei confronti dei partner europei, gli inglesi si godono gli effetti della Brexit: che per adesso sembrano ancora pochi, ma in qualche caso iniziano ad essere preoccupanti.

Il più recente lo segnala Coldiretti, che ha lanciato un allarme destinato a riecheggiare in tutto il Piemonte, specie nell’albese: gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio il pregiato Tartufo Bianco, che presto potrebbe sostituire sulle tavole britanniche quello italiano, che al contrario cresce spontaneamente.

Il pregiato Tuber Magnatum Pico potrebbe essere prodotto in Gran Bretagna grazie alla scoperta degli scienziati dell’Istituto nazionale francese per la ricerca sull’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente (Inrae) che nei propri laboratori avrebbero affinato l’arte di coltivarlo. Secondo i funzionari – spiega Coldiretti – un lotto di alberelli di quercia di tartufo bianco è stato portato nel Regno Unito nel tentativo di avviarne la produzione.

Una novità che desta preoccupazione poiché il tartufo bianco è quello che finora poteva essere solo trovato in natura, raccolto esclusivamente in un ambiente boschivo in Italia ed in alcuni paesi dei Balcani. Anche se secondo gli scienziati i terreni britannici, calcarei e umidi, sarebbero particolarmente adatti per consentirne la coltivazione, è auspicabile che i tuberi “copiati” e prodotti negli impianti abbiano comunque un’etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori e aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low cost spacciate per italiane, magari come pregiato tartufo bianco tricolore.

Un fenomeno contro il quale non a caso la Coldiretti è impegnata a chiedere la tracciabilità delle transazioni e l’indicazione obbligatoria dell’origine. In gioco c’è un business – ricorda la Coldiretti – stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola, con prezzi per il tartufo bianco che quest’anno sono arrivati fino a 3mila euro al kg per le pezzature più piccole.

In attesa di capire se i tentativi inglesi di produrre il pregiato tubero andranno a buon fine, i problemi più immediati per la filiera del tartufo italiano restano però quelli legati all’emergenza Covid, con la chiusura del canale della ristorazione che rappresenta di fatto il principale sbocco di mercato, con la conseguente paralisi delle vendite. Ma a pesare sono state anche le limitazioni imposte dalle misure di prevenzione che hanno ostacolato l’organizzazione delle tradizionali mostre, sagre e manifestazioni dedicate al tartufo.

Un danno gravissimo, considerata anche la deperibilità del prodotto, che colpisce i circa 100mila raccoglitori ufficiali presenti sul territorio nazionale, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria. Il tartufo – spiega Coldiretti – svolge anche una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive, dove rappresenta una importante integrazione di reddito per le comunità locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici, come dimostrano le numerose occasioni di feste e sagre organizzate in suo onore.

Il tartufo è un fungo che vive sottoterra ed è costituito in alta percentuale da acqua e sali minerali assorbiti dal terreno attraverso le radici dell’albero con cui vive in simbiosi. Nascendo e sviluppandosi vicino alle radici di alberi come il pino, il leccio, la sughera e la quercia, deve le sue caratteristiche (colorazione, sapore e profumo) proprio dal tipo di albero intorno a cui si è sviluppato. La forma, invece dipende dal terreno: se è soffice, il tartufo si presenterà più liscio, se invece è compatto, diventerà nodoso e bitorzoluto per la difficoltà di farsi spazio.

I tartufi sono noti per il loro forte potere afrodisiaco e in cucina quello “bianco” va rigorosamente gustato a crudo su noti cibi come la fonduta, i tajarin al burro e i risotti, obbligatoriamente da abbinare ai grandi vini rossi. Ma di questo, gli inglesi che ne sanno?

Galleria fotografica

Articoli correlati