All’inizio del 2017, quando le prime ciotole di Pokè erano state avvistate in rotta di avvicinamento verso le coste italiane, qualcuno l’aveva detto: il sushi ha i giorni contati.

Avevano visto giusto: lo scorso febbraio, il piatto tipico hawaiano è addirittura entrato nel famigerato “paniere” dell’Istat, dove trovano posto prodotti più di largo consumo delle famiglie italiane. Se non bastasse ancora a livello di consacrazione, arriva un report specifico, “Il mercato del Pokè in Italia”, realizzato da “Growth Capital”, advisor italiana specializzata nelle operazioni finanziarie per startup e PMI. Diffuso il 28 settembre, giornata mondiale del Pokè, il report mostra numeri da capogiro: i punti vendita in Italia hanno raggiunto quota 820, con un aumento del +140% rispetto ad un anno fa. Traducendo le cifre in pecunia, significa un giro d’affari che nel 2020 si assestava a 86 milioni di euro che lo scorso anno sono diventati 98, ma con previsioni che parlano di 143 milioni entro il 2024.

Da cibo di nicchia per palati fini, il Pokè è stato sdoganato a piatto che perfino i grandi ipermercati hanno deciso di proporre cavalcando il trend di un piatto che di orientale non ha nulla, anzi, è tipico della tradizione gastronomica delle incantate isole Hawaii, e che dopo aver superato qualche ora di volo e un altro fuso orario è sbarcato sulla West Coast americana iniziando un’offensiva inarrestabile.

Il Poké, che qualcuno chiama “poki”, è un’insalatona di pesce crudo tagliato a cubetti e lasciato macerare per qualche ora in un composto a base di salsa di soia, sale ed erba cipollina, e subito dopo sistemato in grandi ciotole insieme a ingredienti da scegliere fra liste infinite. Un piatto leggero, fresco e allegro che mette d’accordo la bilancia e i piaceri del palato.

Il nome, per chi ama questi dettagli, si riferisce alla tecnica di taglio a dadini del pesce, più precisamente il tonno pinna gialla (nella versione Aku) o a base di polipo (la He’e), mentre i più pratici americani hanno già sdoganato varianti fai da te in cui ognuno si taglia il pesce della misura che più gli aggrada. E lo stesso vale per i tipi di pescato, che oltre al tonno e al polipo, come da tradizione, nei ristoranti di Los Angeles e San Francisco si presenta con l’aggiunta di salmone, granchio, vongole e perfino cozze.

Volendo fare i diffidenti, nient’altro che in realtà è molto simile alla “chirachi” giapponese, il sushi in insalata, ma con l’aggiunta del riso. E non a caso, l’impronta lasciata dalla cucina orientale si fa sentire comunque, facendo capolino con la comparsa di condimenti come il wasabi e il kimchi coreano.

Come spesso accade, anche il Poké ha origini povere: era il piatto preparato con il pesce che le maree portavano a riva. Nel tempo si è affinato preferendo il tonno di ottima qualità, diventando un antipasto, spuntino o contorno.

Dopo la costa californiana, dove ha conquistato il menù dei ristoranti più trendy, il Poké è stato segnalato prima a Singapore e subito dopo a Londra, dove oltre ai ristoranti è arrivata la declinazione take-away venduta nei popolari e affollatissimi mercati. Da lì, il passo per conquistare il resto d’Europa è stato breve, Italia compresa, dove Torino, Roma e Milano sono le tre grandi città italiane diventate Pokè-dipendenti.

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