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Bastava un trio jazz e mezzo bicchiere di Barbera per scoprirlo: la musica non accompagna il vino, lo trasforma. O meglio, trasforma noi, e il risultato nel calice cambia di conseguenza.

Uno studio firmato dall'Università di Pisa e dall'Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, pubblicato sulla rivista “Foods”, ha misurato con strumenti statistici quello che sommelier e ristoratori intuivano da decenni. Sette decimi dei partecipanti hanno giudicato il vino più piacevole ogni volta che la musica era presente, indipendentemente da età, genere e competenza.

Però il dato più sorprendente non è questo: persino i brani malinconici hanno alzato il gradimento. La musica triste non deprime il vino, lo eleva comunque, solo un po' meno di quella energica. In scala numerica, la musica gioiosa vale circa 0,97 punti di incremento medio, quella nostalgica circa 0,72. Una differenza di un quarto di punto tutt'altro che trascurabile.

La ricerca, condotta nell'ambito del progetto “Cantina 5.0”, ha scelto deliberatamente di uscire dal laboratorio, e questa è già una scelta metodologica significativa. La maggior parte degli studi sul rapporto tra musica e gusto viene realizzata in condizioni controllate, con soggetti isolati, cuffie e campioni standardizzati.

Qui invece ci sono persone vere, in una sala, con un trio jazz che suona dal vivo. Cinque serate di degustazione pubblica al “Cinema Arsenale” di Pisa, battezzate “5 Mercoledì di Emozioni”, con circa 45-50 partecipanti volontari per serata. Niente camici bianchi o provette: un calice di vino, la musica e un questionario da compilare alla fine.

Il protocollo era strutturato in tre fasi: prima i partecipanti degustano in silenzio, poi arriva il jazz: un brano dal carattere malinconico e rilassante, seguito da uno più ritmato e motivazionale, entrambi eseguiti dal vivo.

Dopo ogni condizione, il questionario: quanto ti è piaciuto il vino? Quali emozioni hai provato? Le risposte sono state analizzate con test statistici non parametrici e modelli misti per dati ordinali, strumenti pensati per gestire la variabilità individuale, che in questo tipo di esperimenti è inevitabile e abbondante.

Il meccanismo che lo studio propone per spiegare tutto questo ha un nome tecnico, “percezione crossmodale”: i sensi non lavorano in compartimenti stagni. Quando ascoltiamo musica mentre beviamo, il cervello non elabora i due stimoli separati e poi somma i risultati integrandoli per costruire un'esperienza unica in cui il suono modifica come viene interpretato il sapore.

Ma il passaggio più interessante emerso dalla ricerca riguarda come avviene questa modulazione. Gli autori si aspettavano un effetto diretto, la musica allegra rende il vino più buono, quella triste meno, invece i dati indicano che la musica agisce principalmente attraverso le emozioni, e in particolare attraverso quella che nello studio viene definita “sorpresa positiva”: un'emozione inattesa, quasi un piccolo stupore piacevole, il principale mediatore statistico del miglioramento del gradimento.

“Abbiamo voluto superare le tradizionali misure di psicofisica per concentrarci sugli aspetti emozionali - spiega il professor Roberto Marangoni del Dipartimento di Biologia di Pisa, tra i coordinatori della ricerca - non una valutazione tecnica basata su acidità, tannini o altri parametri tipici delle degustazioni professionali, ma un'analisi di tipo emozionale: quali emozioni genera il vino e come queste cambiano quando interviene la musica, che è a sua volta una potente sorgente emotiva”.

Vale la pena sottolineare anche un altro dato che lo studio restituisce: gli effetti non sono uniformi tra i partecipanti. L'analisi delle preferenze ha rivelato livelli di risposta distinti, alcuni reagiscono molto alla musica energica, altri alla malinconica e altri ancora mostrano variazioni minime in entrambi i casi. La modulazione uditiva della percezione del vino non è un meccanismo universale che scatta uguale per tutti, ma un fenomeno che interagisce con la sensibilità individuale.

Le implicazioni pratiche non sono sfuggite ai ricercatori, e difficilmente sfuggiranno al settore. Una playlist costruita con cura può migliorare la percezione di un vino meno conosciuto più di un'annata eccezionale. Enoteche, cantine aperte, ristoranti e eventi di enoturismo potrebbero beneficiarne in modo uguale, con investimenti diversi rispetto all'acquisto di grandi bottiglie. Non si tratta nemmeno di un fenomeno legato esclusivamente alla musica dal vivo: uno studio precedente della “Heriot-Watt University” di Edimburgo aveva già mostrato che anche le playlist registrate possono modificare la percezione gustativa fino al 60%.

La novità del lavoro pisano sta nel rigore del contesto reale, non il laboratorio, e nell'aver isolato la componente emotiva come variabile chiave, separandola dall'effetto acustico.

Lo studio apre anche un fronte teorico più ampio, che riguarda il concetto di qualità nel vino. Se l'esperienza sensoriale dipende dalla musica, dalla luce, dalla compagnia e dall’umore, allora valutare un vino in isolamento restituisce solo una parte dell'informazione.

Il gusto, concludono gli autori, non è un fenomeno isolato ma il risultato di un'esperienza complessa in cui emozioni e ambiente giocano un ruolo determinante.