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La favola di Gavin e Alice Munro, più o meno, potrebbe iniziare così: nel Derbyshire, tranquilla contea delle Midland Orientali, in Inghilterra, una coppia appassionata di falegnameria ha deciso di non costruire mobili, ma di coltivarli.

Il loro è un appezzamento agricolo dove alberi di salice, quercia, frassino e ciliegio crescono lentamente, guidati da intelaiature di metallo, fino ad assumere la forma di un mobile. L'attesa va dai sei ai dodici anni e il prezzo finale sfiora i novantamila dollari.

A fondare il “Chair Orchard”, il Frutteto delle Sedie, sono stati Gavin, designer di mobili, e Alice, con un solido passato in orticoltura. Una divisione dei ruoli che ha una sua logica: uno sa cosa deve diventare l'albero, l'altra come convincerlo.

L'origine dell'idea è quanto di più riuscito si possa sentire: Gavin aveva sette anni e trascorreva lunghi periodi in ospedale per curare la scoliosi e la sindrome di Klippel-Feil, una rara malattia ossea. Passava il tempo guardando fuori dalla finestra, osservando gli alberi e studiando i bonsai di famiglia. Uno di questi, cresciuto in modo irregolare, aveva preso la forma di un trono. L'immagine gli è rimasta impressa.

Decenni dopo, durante gli studi di design del mobile, quell'intuizione infantile finisce per cozzare con le regole dell’arte mobiliera: si fa crescere un albero per trent'anni, lo si abbatte, lo si taglia in frammenti e lo si incolla in forme che col tempo si allentano. Un percorso che produce oggetti partendo da una materia prima che aveva già trovato la sua forma.

La domanda che Gavin continuava a farsi era solo una: perché non modellare l'albero mentre cresce, invece di costringerlo dopo che è stato tagliato?

Il metodo che i Munro hanno messo a punto attinge a tecniche agricole medievali come il taglio a ceduo e l'innesto. Si pianta un alberello, lo si lascia radicare indisturbato per circa cinque anni, poi lo si taglia fino al ceppo. Questa operazione, brutale solo in apparenza, stimola la pianta a produrre germogli nuovi e vigorosi, ancora abbastanza flessibili da essere guidati attorno a un'intelaiatura sagomata come una sedia capovolta.

I rami superflui vengono eliminati, altri vengono innestati tra loro per fondersi in una struttura portante unica. Niente chiodi e colla, solo piccole incisioni nella corteccia per suggerire alla pianta la direzione da prendere.

Una volta raccolta, la sedia viene essiccata al chiuso per un anno, poi levigata. Le piccole rughe e le cicatrici che a volte restano nel legno non sono difetti di lavorazione ma la firma di una collaborazione: “Il simbolo del lavorare con un albero e non contro di lui”, ha dichiarato al "Washington Post", che ha ricostruito la vicenda.

I primi esperimenti, avviati nel 2006 nell'angolo ombreggiato e ventoso della fattoria di un amico, si rivelano un disastro. Gli alberi ricevevano troppo poca luce, e a questo si aggiungono le mucche che calpestano i germogli.

Il progetto sopravvive spostandosi prima nel giardino della defunta madre di Alice, poi, nel 2008, in un campo in affitto dove i Munro piantano circa 3.000 alberi. Da allora, in vent'anni di attività, hanno prodotto una quindicina di prototipi, meno di quanto sperassero, ammettono senza imbarazzo, perché il numero riflette ogni variabile climatica imprevedibile e ogni prova andata storta.

Un risultato che non ha frenato nessuno, perché le sedie dei Munro sono state esposte in Asia e negli Stati Uniti, e un esemplare è entrato nella collezione permanente del “San Francisco Museum of Modern Art”.

Attraverso la “Sarah Myerscough Gallery” di Londra, una decina di pezzi hanno trovato acquirenti tra gallerie, musei e privati. Funzionano come sedute, ma vengono vendute come sculture: “Non siamo ancora riusciti a realizzare una linea di produzione - spiega Gavin- ci stiamo lavorando”.

In casa loro, però, di sedie del Chair Orchard non ce n'è nemmeno una e il motivo è Doris, la loro cagnolina, che secondo i Munro le trasformerebbe in uno spuntino costoso.

Il loro obiettivo è di diffondere le tecniche ed entro la prossima primavera i Munro inaugureranno la “Full Grown Academy”, un progetto aperto a chiunque abbia un pezzo di terra, la voglia e il tempo di aspettare che i propri mobili siano maturi. “Anche se ci dedichiamo a questo da vent'anni siamo solo all'inizio – aggiunge Gavin - pensavo ci sarebbero voluti alcuni anni, ma serviranno decenni”.