Galleria fotografica

Chiamarli pantaloni della nonna è quasi un atto di coraggio, eppure funziona: l'estate 2026 ha deciso di consacrare al successo un capo che fino a ieri sarebbe finito dritto nel sacchetto della beneficenza.

I “granny pants”, ampi, a sbuffo, arricciati alla caviglia e spesso trasparenti quanto basta per farsi notare, sono passati dall'essere un ricordo d'infanzia imbarazzante a un simbolo di stile “effortless”.

Il merito, come quasi sempre accade in questi casi, va attribuito a Bella Hadid, celeberrima modella fotografata in vacanza con un modello in cotone bianco, vita alta, nastrini ricamati al ginocchio e un top coordinato, capace di trasformare in tendenza globale ciò che qualunque bisnonna avrebbe considerato normale amministrazione.

Il trend si inserisce in un movimento più ampio che da anni sta cancellando il confine tra intimo ed esterno. Corsetti, reggiseni e sottovesti hanno già fatto il salto dal cassetto della biancheria all'armadio buono, e ora tocca ai mutandoni completare l'opera.

Cotone, sangallo, ricami e volumi morbidi restituiscono un'estetica domestica che, spostata su una spiaggia o in un aperitivo al tramonto, risulta improvvisamente contemporanea. Il capo si presta a più vite: sotto una camicia larga durante il giorno, come copricostume in spiaggia, o abbinato a infradito e sandali gioiello per la sera.

Dietro l'estetica rétro, però, si nasconde una storia molto più antica e molto meno frivola di quanto lascino intendere le passerelle. I “bloomers”, come venivano chiamati originariamente, devono il nome all'attivista americana Amelia Jenks Bloomer, che nell'Ottocento incoraggiò le donne a liberarsi dagli abiti pesanti e costrittivi dell'epoca.

Da capo scomodo per definizione, i mutandoni si trasformarono così in un simbolo di emancipazione femminile, molto prima che qualcuno pensasse di indossarli su un lettino da spiaggia.

La loro storia comincia però ben prima di Bloomer, ed è legata a doppio filo alle crinoline. Se in epoca Regency i mutandoni erano un accessorio opzionale, con l'arrivo delle gonne a cerchio diventarono indispensabili: la rigidità delle crinoline rischiava infatti di sollevarsi al minimo colpo di vento, mostrando più di quanto l'etichetta vittoriana fosse disposta a tollerare.

Fino agli anni Trenta dell'Ottocento i modelli arrivavano al ginocchio, dove si allacciavano alle calze, chiusi in vita e alle gambe da nastri e fettucce, spesso rifiniti con bordi ricamati o in pizzo. I primi esemplari erano poco più di due gambali separati, annodati come un pareo, e lasciavano le parti intime scoperte: un dettaglio che oggi suona bizzarro, ma che semplificava non poco la vita quotidiana in un'epoca in cui persino fare i propri bisogni richiedeva una logistica complessa.

Proprio per questo tornarono in auge i vasi da notte portatili, piccoli contenitori in porcellana, argento o metalli più modesti che le signore, imprigionate in corsetti e gonnelloni, potevano usare in piedi senza dover affrontare la spedizione punitiva di una svestizione completa.

Con il passare dei decenni il capo si fece via via più strutturato: prima dritto, poi, dopo la metà del secolo, nella variante alla zuava che ricalcava il pantalone maschile. Verso la fine dell'Ottocento comparvero modelli a mezza coscia e di taglio svasato, destinati a diventare lo standard dell'epoca edoardiana, quando le donne iniziarono a riappropriarsi della vita all'aria aperta e dello sport, indossando mutandoni in lana o pelle di camoscio, allacciati sul retro e con spacchi laterali.

Sull'argomento, l'epoca vittoriana non brillava per disinvoltura: parlare apertamente di mutande era considerato sconveniente, al punto che molte donne preferivano cucirsele da sole piuttosto che rivolgersi a una sarta e rischiare l'imbarazzo.

E in Italia la faccenda era ancora più complicata: le mutande venivano associate a un certo tipo di biancheria da poco di buono, indossata soprattutto dalle prostitute, mentre le signore perbene, per ragioni che la storia non ha mai chiarito del tutto, si riteneva potessero benissimo farne a meno.