Difficile trovare il confine che separa lo spettacolo dal gesto atletico, specie quando si parla degli “Harlem Globetrotter”, la leggendaria formazione che torna a Torino, tappa del tour mondiale che celebra il centenario.
Un secolo di storia che trasforma il parquet del “Pala Gianni Asti” (viale Burdin, 10), in un palcoscenico dove il basket diventa show tra numeri acrobatici, ritmo e comicità.
Domenica 12 aprile, alle 18:30, il pubblico italiano sarà chiamato a partecipare a qualcosa che va ben oltre una semplice esibizione sportiva. Il “100 Years World Tour” è il racconto di una squadra nata nel 1926 e diventata simbolo globale dell’intrattenimento sportivo. Un racconto che continua a evolversi, senza mai perdere le proprie caratteristiche, fatte di giocate spettacolari, ritmo serrato e l’interazione con gli spettatori.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno: oltre 400 esibizioni ogni anno, distribuite in più di 25 Paesi, con un pubblico che attraversa generazioni e culture.
Non stupisce che i Globetrotters siano entrati nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, riconoscimento che premia non solo i risultati sportivi, ma anche l’impatto culturale di una squadra che ha scelto di ridefinire i confini del basket. La tappa torinese sarà inoltre arricchita da uno spettacolo completamente rinnovato e da una divisa celebrativa firmata dallo stilista Jeff Hamilton, pensata per raccontare visivamente un secolo di storia.
In campo, come da tradizione, non mancherà la sfida contro i“Washington Generals”, avversari storici e perfetti comprimari di un copione che ogni volta si rinnova pur restando fedele a se stesso. Il cuore dello spettacolo sta nella sua capacità di coinvolgere il pubblico trasformando ogni spettatore in parte attiva dell’evento.
Dall’accesso anticipato al campo fino agli incontri ravvicinati con i giocatori, ogni fase è pensata per abbattere le distanze e costruire un’esperienza coinvolgente. E quando il gioco si conclude, resta ancora spazio per il cosiddetto “quinto quarto”, momento informale in cui il contatto tra atleti e pubblico diventa protagonista.
Per capire come gli Harlem Globetrotter siano arrivati alla boa del secolo di storia, bisogna tornare alla Chicago degli anni Venti, dove tutto ha avuto inizio.
È nel South Side, una delle zone più difficili della metropoli americana, che ha preso forma una squadra composta da giocatori afroamericani, inizialmente nota come “Savoy Big Five” che si esibiva prima degli eventi danzanti per attirare pubblico.
Fu l’intuizione di Abe Saperstein a cambiare il destino del gruppo, trasformato in un progetto itinerante e l’identità forte, a partire dal nome “Harlem”, scelto come simbolo della cultura afroamericana, e “Globetrotters”, evocazione di un respiro internazionale che all’epoca era ancora tutto da costruire.
Negli anni Quaranta la squadra dimostra di poter competere ai massimi livelli, vincendo nel 1940 il “World Professional Basketball Tournament” di Chicago e conquistando notorietà mondiale con la vittoria del 1948 contro i “Minneapolis Lakers”, allora tra le formazioni più forti degli Stati Uniti. In una società fortemente segnata dalla segregazione, quel successo finisce per assumere un valore simbolico enorme.
Non meno importante fu il contributo dei Globetrotters all’evoluzione della NBA. Nel 1950 Chuck Cooper diventò il primo giocatore afroamericano scelto nella lega, mentre poco dopo Nat Clifton firmò con i “New York Knicks”, aprendo la strada a una nuova fase del basket professionistico.
Con il tempo, però, la squadra ha scelto di percorrere una strada diversa; mentre la NBA cresceva e si consolidava, i Globetrotters trasformavano il loro stile puntando sempre più sull’intrattenimento. Nacque così quel linguaggio unico che ancora oggi li distingue: palleggi portati all’estremo, passaggi coreografici, palloni che ruotano sulle dita, tiri impossibili e una componente comica creata per coinvolgere ogni tipo di pubblico.
Da allora il loro viaggio non si è mai fermato. Hanno attraversato confini geografici e culturali, portando il basket anche in posti difficili per diffondere un messaggio universale fatto di sport, inclusione e divertimento. Oggi si allenano al “Walt Disney World Resort” e continuano a rinnovare uno spettacolo che, pur cambiando nel tempo, resta immediatamente riconoscibile.
La tappa di Torino, inserita in un calendario italiano che prevede 10 appuntamenti, conferma il legame speciale tra la squadra e il pubblico del nostro Paese.










