Il mondo è pieno di “Honjok”, solo che non sanno ancora di esserlo. Ma niente panico, non è così grave: nel resto del pianeta si definiscono “single”, che sia per scelta propria o come conseguenza di altri non importa, quel che conta è l’essere soli, una condizione che la cultura sudcoreana definisce Honjok, appunto.
Ma la differenza, in un Paese dove la perfezione e l’abnegazione al lavoro sono schiacciasassi che travolgono tutto il resto di un’esistenza, sta proprio nel grado di rassegnazione raggiunto da chi vive gli scampoli di vita privata senza qualcuno al fianco. In pratica, se il termine single si porta appresso una nota malinconica, l’Honjok no, anzi, della solitudine ne fa un vanto.
È una sorta di sottocultura del tutto nuova, da intendere come corrente di pensiero basata sull’individualità, l’equilibrio e la forza interiore personale, in aperta sfida con il conformismo e l’idea del fare gruppo molto comune nel Paese asiatico.
In realtà, il termine non indica per forza un single felice di esserlo, quanto piuttosto chi raggiunge un grado di indipendenza basato su scelte e desideri propri, non per forza condivisi con l’eventuale partner. Non a caso, in Corea del Sud il movimento incoraggia a gesti anche inusuali come mangiare da soli al ristorante, andare al cinema o al teatro senza nessuno accanto, viaggiare in perfetta solitudine scegliendo ogni volta la meta preferita senza scendere a patti con nessuno. Comportamenti che in un Paese fortemente tradizionalista sono sempre stati etichettati come l’espressione massima di chi nella vita ha fallito l’obiettivo principale: farsi una famiglia.
La rivoluzione dell’Honjok è proprio questo: fare tribù da soli, rivendicando il sacrosanto diritto di riuscire a stare bene anche senza qualcuno a fianco. E il successo della nuova corrente di pensiero fra le giovani generazioni sudcoreane lo raccontano i numeri: nel 2016, oltre 5 milioni di nuclei familiari – il 28% delle famiglie - erano formati da una sola persona. Per nulla infelice.










