Jean Pigozzi non lo sapeva, non poteva sospettarlo, ma un giorno lontano sarebbe diventato il re del selfie, la trendy-mania - a volte molesta - dell’autoscatto. Quando lui inizia a scattare è il 1973, l’anno de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, un’allegra analisi del benessere fra sesso, cibo e feste portati all’eccesso più estremo. Ai tempi, è un po’ la vita spensierata di Jean Pigozzi, classe 1952, “italiano di origine francese”, come ama definirsi: un giovanotto a cui si spalancano le porte del bel mondo grazie all’impresa di papà Henri, fondatore della Simca, poi venduta alla Chrysler.

Il primo scatto, Jean lo “ruba” nel corso di un party della “Harvard University”, dove l’hanno spedito a studiare: l’ospite d’onore è Faye Dunaway, bellissima attrice americana uscita nelle sale da pochissimo con “The Three Musketeers”, al fianco di Oliver Reed, Charlton Heston e Richard Chamberlain. È un attimo: Jean le si avvicina, infila il suo faccione nell’inquadratura e mentre con una mano abbraccia la Dunaway, con l’altra scatta.

È l’inizio di una passione - di più - della sistematica testimonianza di poter dire di aver fatto amicizia e conosciuto la crema del jet-set, quella dove veleggiano i più grandi nomi del cinema, della musica e dell’industria. “Non ho mai voluto fare belle immagini - confessa anni dopo - non ero un paparazzo”.

Una piccola mania portata avanti attraverso i decenni, anche quando finita l’epoca spensierata degli studi e con le prime esperienze di lavoro maturate alla “Gaumont Film Company” e la “20th Century Fox”, Pigozzi diventa un imprenditore dell’abbigliamento, a capo del brand LimoLand, venduto nei più grandi e prestigiosi store del mondo. Ma Pigozzi è anche conosciuto per essere un collezionista d’arte di prim’ordine: la più vasta collezione di manufatti dell’Africa sub-sahariana è roba sua, già esposta a Houston, Monaco, Washington, Bilbao, Londra e Parigi.

Tutto questo, per vivere. Ma in realtà la sua passione restano gli scatti, i selfie ante-litteram: a “Ville Dorane”, il buen retiro di Cap d’Antibesdisegnato da Ettore Sottass su richiesta di papà Henri, le sue feste sono memorabili e attirano volti noti che Pigozzi immortala mettendoci sempre la propria faccia. Dai suoi leggendari “pool party” passano (e sorridono verso l’obiettivo) praticamente tutti: Schwarzenegger, Stallone, Steve Martin, John Belushi, Clint Eastwood, Bono Vox, Andy Warhol, Grace Jones, Rod Stewart, la Deneuve, Sarah Jessica Parker, Sharon Stone, Elizabeth Taylor, Elle Mcpherson, Naomi Campbell e Cate Blanchett. Ma è un elenco minimo e molto incompleto.

“Dalla piscina a forma di rene, come si usava negli anni Cinquanta, sono passate centinaia di bellissime donne, ma questo non significa che siano poi transitate dalla mia camera da letto”, chiosa Pigozzi con un sorriso. Nessuno, ricorda ancora, si è mai tirato indietro alla foto: “Malgrado sia alto quasi due metri, non credo di avere l’aria minacciosa: uso solo piccole macchine fotografiche Leica, e non faccio paura a nessuno. Alla mia collezione mancano però Bob Dylan e Stanley Kubrick, due dei miei più grandi rammarichi”.

Amico fraterno di Mick Jagger, a cui nel 1975 presenta Bianca, la sua futura moglie, Pigozzi sapeva che se il telefono di casa suonava alle sei del mattino poteva essere solo una persona: Gianni Agnelli. L’avvocato lo chiamava per sapere le condizioni del mare in Costa Azzurra: due ore dopo era già lì, in spiaggia o sulla sua barca a vela. All’ora di pranzo tornava a Torino, nel suo ufficio.

Alla metà degli anni Novanta, Pigozzi acquista numerosi terreni a Panama dove fonda The Liquid Jungle Lab, un ecosistema per la conservazione botanica. Nel 2016 esce Pool Party, il libro fotografico con la raccolta completa dei suoi selfie, seguito da una mostra fotografica ospitata alla “Gagosian Gallery” di New York, il “Baker Museum” di Neaples, la “Galerie Gmurzynska” di St. Moritz, la “Helmut Newton Foundation” di Berlino e la “Immagis Fine Art Photography” di Monaco di Baviera.

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