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Ci sono voluti quasi trent’anni, più di un milione e mezzo di euro e la testardaggine silenziosa di dodici appassionati per restituire Mario Giansone al mondo. Il risultato è il nuovo Museo che porta il suo nome, inaugurato nei giorni scorsi a Sant'Ambrogio di Torino, ai piedi della Sacra di San Michele: 750 mq, 7 sale, 263 opere tra marmi, graniti, bronzi, legni, xilografie, litografie, arazzi tessuti a mano e stencil.

Un catalogo da capogiro, firmato da un artista torinese che tra gli anni Cinquanta e Sessanta vendeva i propri lavori ad Agnelli, Pininfarina, alla RAI e alla GAM, per poi scivolare verso i margini della memoria collettiva.

L'edificio che lo accoglie è l'ex Maglificio Fratelli Bosio, un capannone di fine Ottocento in mattoni, una scelta non banale.

Mario Giansone nasce nel 1915 e muore nel 1997 lasciando nello studio dove aveva lavorato per decenni una quantità di opere impressionante, un universo privato mai del tutto consegnato al pubblico. Chi lo ha frequentato racconta di un uomo che non sapeva, o non voleva, fare le mosse giuste per il successo: niente relazioni per pura opportunità, nessuna strategia di mercato. Solo ferro, pietre, legni, marmi, lamiere: niente sembrava bastare a placare la sua ansia di dare forma alle emozioni, alla visione dell'umanità, dell'universo e di ciò che sta oltre.

In questa insaziabilità è racchiuso il segreto della sua grandezza e le ragioni di una carriera che non ha mai cercato il consenso facile.

Le sue ossessioni sono cinque e percorrono tutta la produzione come fili colorati in un arazzo. La guerra, prima di tutto: carri armati, fucilazioni, deportazioni scolpiti nella pietra con una franchezza che ancora oggi fa effetto.

Poi la tecnologia, amata con lo stupore genuino di chi ha vissuto il Novecento, quando ogni invenzione sembrava ancora un miracolo: aeroporti, elicotteri, cantieri navali, piste automobilistiche, navi, fonderie.

Poi c'è l'intimismo, forse la faccia meno conosciuta e più sorprendente, con figure femminili appena accennate, baci, madri, amanti, gatti. E ancora la musica, il jazz in particolare, con sculture che sembrano voler suonare. Infine la trascendenza, il territorio più misterioso: i dialoghi con Witruna, il suo spirito guida, tradotti in lavori che non si spiegano e non si catalogano facilmente.

Il museo inaugura anche un'installazione audio concepita da Roberto Vernetti (attraverso il suo progetto di ricerca sonora Private Echo) ed Elvin Betti con il Grab Studio di Milano. I due condividono l'intero sviluppo tecnico dell'intervento, integrando produzione musicale, sound design e soluzioni di diffusione progettate per quegli spazi, con frammenti di poesie scritte da Giansone stesso lette dalla voce di Alessio Bertallot, musicista e figura nota del panorama radiofonico italiano, oggi a Capital Radio.

La storia di questo museo comincia quando un gruppo di cinque estimatori, poi diventati dodici, acquista dal fratello dell'artista l'intero contenuto dello studio rimasto intatto fino alla morte di Giansone. Nessuna speculazione, solo la volontà di non disperdere. Per quasi tre decenni pagano l'affitto dello spazio, organizzano mostre a Torre Pellice, a Bardonecchia, al Liceo Artistico Aldo Passoni dove Giansone aveva insegnato, al Palazzo Saluzzo Paesana, all'ERSEL, alla Galleria del Ponte, a Palazzo Madama. Poi costituiscono la “Fondazione Mario Giansone ETS”, iscritta al registro unico del Terzo Settore, conferiscono le opere perdendone la proprietà e costruiscono il museo. I locali, circa 750 mq, sono stati sostanzialmente donati in usufrutto alla Fondazione da uno dei soci fondatori. Un gesto che dice molto sul tipo di persone coinvolte in questa storia.

Giuseppe Floridia, presidente della Fondazione, sintetizza il senso dell'intera impresa con una semplicità che non ha bisogno di ornamenti: “Giansone ha imprigionato la luce nei fili degli arazzi, dato forma alle ombre, dato movimento alle pietre. Il museo si propone di testimoniare l'impatto emotivo delle sue opere e di restituire al pubblico un artista importantissimo del Novecento”.

L'ambizione, però, non si ferma alle 263 opere già esposte. Dentro i muri dell'ex Maglificio Bosio si intravede un progetto più grande e articolato: la Fondazione ha già stretto accordi con il Politecnico di Torino per corsi di progettazione museale, con l'Accademia Albertina di Belle Arti per coinvolgere gli studenti nelle attività del museo, con il “Moncalieri Jazz Festival” e l'Avigliana “Jazz Festival” per valorizzare le opere dedicate al jazz che attraversano tutta la produzione di Giansone. Sono in corso contatti con la Sacra di San Michele, con la Comunità Montana della Valle di Susa, con l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti per sviluppare percorsi tattili che permettano di scoprire la scultura attraverso le mani.

La Città Metropolitana non ha escluso di attivare un collegamento diretto da piazza Castello, almeno in occasione degli eventi straordinari, e 30 volontari del comune si sono già offerti per garantire gli orari di apertura: un segnale che il territorio ha capito cosa sta nascendo qui.

Il progetto a lungo termine è ancora più ambizioso, e lo si capisce leggendo i documenti della Fondazione: altri 600 mq adiacenti potrebbero ospitare gli studi di due scultori in attività, un magazzino opere, un'aula attrezzata per studenti di ogni età e curiosi di ogni tipo, capace di raccontare attraverso filmati e laboratori pratici tutte le declinazioni di ciò che si chiama genericamente scultura: marmi, graniti, bronzi, acciaio, legni, terracotta, raku, ceramica.

E al piano superiore dello stesso stabile altri spazi allestire altri musei monografici dedicati ad altrettanti grandi della scultura italiana contemporanea.

Un quinto museo en plein air nel cortile esterno completerebbe il quadro. Un polo tematico dedicato alla scultura italiana moderna e contemporanea, unico in Europa per concezione e ampiezza.

Torino, del resto, non è una città qualunque quando si parla di scultura: vanta oltre duecento bronzi nelle strade del centro, senza contare il Cimitero Monumentale, e a Volvera ha una fonderia artistica di rara eccellenza che continua ad attrarre scultori da tutta Europa. E la Valle di Susa, nel cui cuore si trova Sant'Ambrogio, è un territorio che ha riscoperto le proprie ricchezze storico-culturali con una vitalità sorprendente: la Sacra di San Michele candidata all'Unesco, il Ricetto di Almese, le chiese affrescate di Ranverso, il Museo del Dinamificio Nobel ad Avigliana, l'Abbazia della Novalesa, le montagne olimpiche della Via Lattea.

Il museo si trova in Via Sestriere 1, a Sant'Ambrogio di Torino, a pochi minuti a piedi dal sentiero che sale alla Sacra. Centocinquantamila persone passano da quelle parti ogni anno, nei giorni festivi e prefestivi d'estate, e d’ora in poi avranno un motivo in più per fermarsi.