Esattamente novant'anni fa nasceva a Torino una bambina che sarebbe diventata, per un lustro esatto, il volto più fotografato del cinema italiano, ma con la stessa naturalezza avrebbe scelto di sparire.
Maria Luisa Lucia Allasio arriva il 14 luglio del 1936 in una famiglia legata al pallone più che al set: il padre Federico gioca a centrocampo nel Genoa e nel Torino ai tempi in cui quelle due squadre contavano ancora qualcosa in Europa, poi allena Bologna, Cagliari e Lazio.
La famiglia lo segue negli spostamenti di lavoro: prima Genova, dove Marisa frequenta le Immacolatine, poi Roma, dove studia recitazione con Wanda Capodaglio. Nel 1952 il suo nome circola al Lido di Venezia grazie a un concorso di bellezza, la vetrina obbligata per chiunque aspirasse a un contratto cinematografico in quegli anni. La nota il regista Dino Risi, e tutto cambia.
La carriera dura cinque anni esatti, dal 1954 al 1958: gira sedici film, ad un ritmo che oggi richiederebbe uno studio legale e tre agenti soltanto per gestire i contratti.
Debutta con “Cuore di mamma” di Luigi Capuano dopo qualche apparizione da comparsa, e di seguito è sul set di “Le diciottenni”, “Ragazze d'oggi”, “Maruzzella” e perfino il kolossal “Guerra e pace” di King Vidor.
Ma il ruolo che le resta cucito addosso arriva nel 1956 con “Poveri ma belli”: Giovanna, figlia di sarto, contesa da Romolo e Salvatore, al secolo Maurizio Arena e Renato Salvatori, sulle rive del Tevere, tra tuffi dalla piattaforma del Ciriola e la voce di Claudio Villa che canta “Buongiorno tristezza”.
Il progetto era passato di mano più volte, quando Carlo Ponti ne era ancora produttore si pensava a Sophia Loren, Walter Chiari e Ugo Tognazzi, con la “Titanus” e Silvio Clementelli si opta invece per tre volti nuovi, più credibili nei panni di gente comune che passa la domenica sul fiume.
Il personaggio le vale l'etichetta di “maggiorata”, categoria muscolare con cui il cinema italiano degli anni Cinquanta classificava le attrici. Viene accostata a Brigitte Bardot e Jayne Mansfield, ma senza la loro malizia: la sua Giovanna mostra, promette, allude, e si ferma sempre un istante prima del precipizio, sorvegliata da una morale che il pubblico dell'epoca riconosceva come propria.
Il manifesto del film viene sequestrato per i costumi giudicati succinti, il Centro cattolico cinematografico lo classifica “escluso per tutti”, ma ai tempi bastavano un bikini e due ragazzi romani senza troppa voglia di lavorare per allarmare mezza Italia.
Arriva “Belle ma povere”, ancora con Risi, poi “Marisa la civetta” di Mauro Bolognini, sceneggiato anche da Pier Paolo Pasolini, con un personaggio che porta il suo stesso nome, come se il cinema avesse rinunciato a distinguere l'attrice dal ruolo, e “Susanna tutta panna” di Steno, dove interpreta una pasticciera custode di una ricetta segreta.
Seguono “Arrivederci Roma” con Mario Lanza e Renato Rascel e Camping, esordio alla regia di Franco Zeffirelli. Nel 1957 conduce anche il Festival di Sanremo accanto a Nunzio Filogamo e Fiorella Mari, l'anno di “Corde della mia chitarra”.
Nel 1958 torna con Risi per l'ultima volta in “Venezia, la luna e tu”, accanto ad Alberto Sordi, Nino Manfredi e Riccardo Garrone. Lei è Nina, fidanzata di un gondoliere sciupafemmine, e per la prima volta non è più il premio conteso ma chi detta le condizioni. Nonostante una voce che i colleghi definivano limpida, viene spesso doppiata da attrici come Maria Pia di Meo e Adriana Asti.
Poi, alle sei del mattino del 10 novembre 1958, nel santuario di Crea, sposa il conte Pierfrancesco Calvi di Bergolo, figlio della principessa Iolanda di Savoia e nipote di Vittorio Emanuele III
Ha ventidue anni, una carriera in piena ascesa, e sceglie di chiuderla senza tournée d'addio né ruoli “maturi”. Va a vivere nel castello di Pomaro Monferrato, dove viene perfino eletta consigliera comunale nelle liste del Partito Liberale Italiano e diventa per breve tempo assessore alle finanze.
Dal matrimonio nascono due figli, Carlo Giorgio Dimitri Drago Maria Laetitia e Anda Federica Angelica Maria. Resta un solo rimpianto: aver rifiutato la parte di Angelica Sedara ne “Il Gattopardo”, che Luchino Visconti le aveva proposto e poi finito a Claudia Cardinale.
Negli anni Settanta si trasferisce a Roma, nel “Casale delle Cavalle Madri” dentro il parco di Villa Ada, già proprietà dei Savoia. Vi resta fino al 31 gennaio 2000, quando una lunga causa legale la costringe a lasciare l'immobile, riconsegnato al Comune.
La separazione dal marito arriva nel 1996, dopo che il rapporto, a suo dire, era finito da anni. Nel 1985, intervistata al festival Rosa a Gabicce, si stupisce ancora che qualcuno si ricordi di lei: cinque anni di set, poi il silenzio totale, e una modestia quasi ostinata nel dire che, rivedendosi sullo schermo, si trova perfino un po' ridicola.
Nel 1991 incontra Catherine Spaak ad Harlem e le mostra vecchie foto dei genitori appena sposati a Torino, oltre a un'immagine curiosa della squadra del Toro in ritiro, i giocatori con violini e violoncelli in mano invece che con il pallone.
Il cinema italiano ha continuato per settant'anni a proiettare la stessa Giovanna sul Tevere, la stessa Nina gelosa sulle gondole di Sordi, senza che nessuna delle due invecchiasse di un giorno.
Marisa Allasio, che oggi compie novant'anni, ha invece scelto per sé un copione diverso da quello scritto per lei sugli schermi: non restare in scena oltre il necessario.













