Dal 13 maggio al 20 settembre il MAUTO (Museo Nazionale dell'Automobile di Torino; ospita nella sua Project Room una mostra dedicata ad “Automobili”, il concept album che Lucio Dalla e Roberto Roversi pubblicarono nel marzo del 1976. Un percorso in cui le sei canzoni del disco prendono forma nello spazio espositivo, come se il vinile avesse finalmente trovato le pareti giuste. Il pretesto è il cinquantesimo anniversario dell'uscita, il motivo vero è che questo disco non ha mai smesso di essere interessante e forse è arrivato il momento di spiegare perché.
Roberto Roversi firmò i testi con uno pseudonimo: Norisso. Un aristocratico veneto del Settecento, tirato fuori chissà da dove, scelto per dispetto e per orgoglio. Era il suo modo di dire: queste parole sono mie, ma da questo disco mi dissocio.
La RCA voleva vendere, Lucio Dalla era pronto a incidere, e lui, poeta, libraio antiquario, intellettuale bolognese refrattario a qualsiasi logica commerciale, non ci stava. Lo spettacolo teatrale da cui il disco nasceva era un tutto unico, non si poteva smembrare per compiacere una casa discografica. Dalla non era dello stesso avviso, Roversi mise la sua firma fantasma e se ne andò. Era la fine di una delle collaborazioni più straordinarie che la canzone d'autore italiana avesse mai prodotto.
Automobili esce il 14 marzo 1976, sesto album in studio di Dalla, portava i segni di quella frattura ancora freschi. Eppure era, ed è, un capolavoro.
Bisogna capire in che mondo usciva il disco, per misurarne il peso. L'Italia del 1976 aveva l'odore acre dei lacrimogeni e dello smog. Alle elezioni di giugno il PCI di Berlinguer aveva sfiorato il 35% alla Camera, risultato storico che aveva elettrizzato le sezioni di partito e fatto tremare la Democrazia Cristiana. Nelle strade si respirava un'aria tesa, fatta di speranze enormi e presagi cupi: di lì a poco sarebbero arrivati i disordini studenteschi, il rapimento di Aldo Moro, e il futuro sembrava ancora un posto in cui valeva la pena credere anche se a fatica, anche stringendo i denti.
Alla Fiat intanto si scioperava per i salari, ma anche per le condizioni di lavoro, la salute degli operai, il potere dei Consigli di fabbrica.
L'automobile, simbolo del miracolo economico italiano e oggetto del desiderio di un'intera generazione, era anche il cuore di un conflitto sociale che non accennava a placarsi.
In ambito musicale i romanticismi del prog avevano fatto il loro tempo, girava un jazz-rock più incazzato che mai, la “Cramps Records” stampava musica contemporanea
Lo spettacolo da cui Automobili prese forma si intitolava “Il futuro dell'automobile e altre storie”, andò in onda sulla Rai e funzionò, forse troppo bene.
Dalla decise di ricavarne un disco, la RCA spinse con entusiasmo, e Roversi alzò un muro. Quello che rimase dai brani esclusi furono sei canzoni: Intervista con l'Avvocato, Mille Miglia (divisa in due parti sul vinile originale, fusa in una traccia sola nelle edizioni in CD), Nuvolari, L'ingorgo, Il motore del 2000, Due ragazzi. Sei brani per raccontare un'ossessione collettiva: il rapporto tra l'uomo e la sua invenzione più stravolgente.
Chiamarlo concept album sull'automobile è corretto: l’automobile è la lente attraverso cui Dalla e Roversi guardano al capitalismo. Intervista con l'Avvocato, in cui Dalla usa il suo celebre scat per dare voce a un Gianni Agnelli grottesco è un ritratto feroce del potere economico che riesce a diventare pop senza perdere ferocia. L'ingorgo è angoscia pura, cemento e code, la città che si mangia se stessa. Il motore del 2000 è la scommessa ottimista di un motore pulito, silenzioso, con uno scarico calibrato e un odore che non inquina.
E poi ci sono Mille Miglia e Nuvolari, un mondo a parte. Le quattro tastiere (Roger Mazzoncini, Ruggero Cini, Carlo Capelli e Rosalino “Ron” Cellamare) costruiscono paesaggi sonori che trasportano direttamente nella polvere della Pianura padana, nelle albe e nei tramonti delle grandi corse, nei visi festanti lungo i bordi della strada mentre le auto sfrecciano. I cori delle Baba Yaga irrompono e trasformano tutto in una festa, Tony Esposito si ammazza di percussioni, il basso di Mario Scotti e Marco Nanni è serpeggiante, la batteria di Giovanni Pezzoli scattante.
Nanni e Pezzoli, pochi anni dopo, avrebbero fondato gli Stadio.
La mostra al MAUTO è un invito a riascoltare con orecchie nuove, e a ricordare che dietro quel disco ci fu anche un litigio, una firma fantasma, una collaborazione spezzata sull'altare di una coerenza artistica.
Da lì in poi sarebbe nato un altro Lucio Dalla, quello delle classifiche, delle hit radiofoniche, del grande pubblico. Ma Automobili, a cinquant'anni dalla sua uscita, è ancora il documento del Dalla più avventuroso e spinto fino al limite. Tutto il resto, dopo, fu più facile, ma niente più bello di così.










