Galleria fotografica

Il 4 maggio 1966, su un tavolo ancora oggi conservato al Centro Storico Fiat di Torino, Vittorio Valletta firmava il protocollo che avrebbe portato alla costruzione di una delle fabbriche automobilistiche più grandi del mondo in mezzo alla steppa sovietica e in una città che non esisteva ancora.

Sessant'anni dopo, il MAUTO apre una mostra che racconta quella vicenda con i documenti originali: fotografie, telegrammi, relazioni tecniche e corrispondenza riservata. Materiale che dimostra come l'accordo tra Fiat e Unione Sovietica fu una delle operazioni di diplomazia parallela più audaci dell'intera Guerra Fredda, con una lista di comprimari che comprende nomi del calibro di Chruscev, Kosygin, Kennedy e il segretario alla Difesa americano McNamara.

La storia comincia prima, nel 1962, quando il presidente della Fiat Valletta e il segretario del Pcus Chruscev concordano che costruire trattori è meglio di darsi da fare con gli armamenti. Alle automobili si arriva poco dopo.

L'accordo definitivo viene perfezionato nell'agosto del 1966 a Mosca, alla presenza del primo ministro Kosygin e del ministro dell'industria automobilistica Tarasov: Valletta porta con sé, tra gli altri, Gianni Agnelli, Piero Savoretti e Riccardo Chivino. La Fiat si impegna a costruire e avviare uno stabilimento capace di produrre oltre 600mila auto l'anno.

In ballo ci sono circa dieci miliardi di euro attuali, oltre alla partecipazione di aziende italiane come Pirelli, Riv e Innocenti. Il nome dello stabilimento sarà “AutoVAZ” (Volzhsky Avtomobilny Zavod”, impianto automobilistico sul Volga e la città che gli crescerà intorno si chiamerà Togliatti, in onore del segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti, morto nel 1964: la ex Stavropol sul Volga viene ribattezzata il 28 agosto di quell'anno, quattro giorni dopo la sua morte.

Il cantiere è un'impresa che non ha molti paragoni nella storia industriale italiana. Tecnici e operai della Fiat costruiscono in cinque anni una fabbrica verticale con un organico che arriverà a 48mila persone tra operai, tecnici e dirigenti.

È un impianto grande il doppio di Mirafiori, calato in un contesto che mette serie difficoltà logistiche e climatiche descritti con franchezza dai documenti d'archivio: i telegrammi dei collaudatori alle prese con l'usura delle Fiat 124 sulle strade del Caucaso hanno il tono di chi si aspettava qualcosa di diverso. La città di Togliatti, che nel 1966 conta 60mila abitanti, ne avrà più di 300 mila nel 1979, attratti da ogni angolo dell'Unione Sovietica con lo slogan: “I nostri padri costruirono Magnitogorsk, noi costruiremo Togliatti”.

Il 22 aprile 1970, centesimo compleanno di Lenin, dall'AutoVAZ esce la prima Zigulì, nel 1976 ne usciranno altri tre milioni, rifornendo di automobili tutto il blocco sovietico. In Italia sono vendute con il marchio “Lada”, più facile da pronunciare.

La mostra, intitolata “Torino-Togliatti 1966-2026. Uno stabilimento grande subito”, è allestita proprio nel luogo in cui tutto è cominciato e intreccia due livelli di racconto. Da un lato i documenti d'archivio, i verbali degli incontri al Kremlino, i disegni tecnici, le carte amministrative, la corrispondenza. Il responsabile del Centro Storico Fiat Maurizio Torchio li descrive come dotati di uno spessore particolare: i verbali formali degli incontri istituzionali accanto alle preoccupazioni pratiche dei tecnici sul campo, tutto conservato negli stessi faldoni. Un archivio, scrivono i curatori, che non funziona solo da testimonianza ma da strumento di interpretazione.

Dall'altro lato ci sono le fotografie e le memorie di chi quella storia l'ha cercata di persona, cinquant'anni dopo. Nel 2019 la fotografa Giovanna Silva e il professore di letteratura italiana Claudio Giunta sono partiti per Togliatti per vedere cosa restava della fabbrica e della città. Lei ha scattato centinaia di fotografie degli edifici, insieme hanno intervistato ex operai ed ex dirigenti, russi e italiani, che all'AutoVAZ avevano lavorato davvero.

Giunta era cresciuto tra Mirafiori e Santa Rita, in un quartiere torinese dove il ricordo di “Togliattigrad” era ancora vivo nelle conversazioni di chi c'era andato e dei loro figli. Per lui il viaggio era anche una questione personale: recuperare una storia che aveva sentito raccontare da bambino, prima che i suoi ultimi protagonisti scomparissero.

Alcuni di loro, come il capoprogetto Carlo Mangiarino, erano ancora vivi e intervistabili. Il viaggio è diventato un libro, “Togliatti. La fabbrica della Fiat” (Humboldt, 2020) e ora entra nella mostra.

AL resto si aggiunge anche una serie di scatti dei documenti dell'archivio Fiat, una rielaborazione visiva che incrocia le carte d'epoca con le fotografie del soggiorno russo, e aggiunge alla mostra un terzo livello di lettura squisitamente fotografico.

In mostra c'è anche la vettura protagonista dell'intera vicenda: la “Fiat 124 Zigulì”, l'auto che mise i sovietici al volante e che nella sua reincarnazione a quattro ruote motrici divenne la Lada Niva. Niva, in russo, significa campo.