Il 13 maggio si celebra il World Cocktail Day, e quest'anno, come i quattro precedenti, non c'è molto da discutere sul chi brinda da solo al centro della scena. Il Negroni è ancora lì, primo e inamovibile. Mentre tutto nel mondo della mixology cambia a velocità forsennata fra mode e distillati di nicchia, lui resiste imperterrito.
Drinks International, la bibbia del settore che ogni anno monitora i consumi nei migliori cocktail bar internazionali, lo incorona per il quinto anno consecutivo, consacrandone l’egemonia assoluta.
Bisogna tornare a Firenze, tra il 1919 e il 1920, per capire da dove viene tutto questo. Il conte Camillo Negroni, eccentrico, cosmopolita e reduce di lunghi soggiorni londinesi e americani, sedeva al bancone del “Caffè Casoni” in via de’ Tornabuoni con la noia di chi ha già visto troppo. L'Americano che beveva, un misto di bitter e vermuth corretto con seltz, aveva smesso di convincerlo, così chiese al barman Fosco Scarselli una cosa semplice e rivoluzionaria insieme: togliere l'acqua gassata e metterci del gin.
Scarselli eseguì, e aggiunse di suo una fetta d'arancia al posto della scorza di limone, per distinguere visivamente il nuovo nato dagli altri drink in sala. Piccolo gesto, grande intuizione. Nacque l'Americano alla maniera del conte Negroni, subito amatissimo tra la nobiltà fiorentina, poi abbreviato per praticità in Negroni, poi copiato, studiato, celebrato e scolpito nel marmo della storia della miscelazione mondiale. La curiosità è che porta il nome di chi lo ha ordinato e non di chi lo ha fatto.
Il Negroni è la cosa più italiana che esista, eppure non nasce dal nulla. Prima di lui c'era l'Americano, e prima ancora il Milano-Torino: Campari amaro dal capoluogo lombardo, vermouth dalla tradizione sabauda , soda ad ammorbidire.
Il Negroni non è altro che un twist su quel codice genetico già consolidato, con l'innesto del gin che Camillo Negroni aveva imparato ad amare nei suoi viaggi oltremanica.
La formula definitiva è una questione di terzi: 3 cl di gin, 3 cl di Campari bitter e 3 cl di vermouth rosso dolce, per finire con ghiaccio e fetta d'arancia. I bartender italiani dell'Aibes si sono battuti strenuamente perché questa proporzione, un terzo per ognuno, rimanesse così quando l'associazione internazionale avrebbe voluto normalizzarla in parti da cento.
Un mito che dura più di cento anni si guadagna il diritto alle reinterpretazioni. E il Negroni ne ha collezionate parecchie, tutte con le loro storie spesso nate per caso, come vuole la tradizione più gloriosa della mixology.
Il Negroni Sbagliato nasce nel 1972 al Bar Basso di Milano: Mirko Stocchetto prende per errore una bottiglia di spumante al posto del gin, e lo sbaglio diventa una leggenda. Il Negroni Svegliato invece è opera di Salvatore Calabrese, bartender della Costiera Amalfitana diventato un’istituzione a Londra, che ha avuto l'idea di aggiungere un espresso alla ricetta, versato da una moka. E per finire il White Negroni o Ghost, la versione trasparente: vermouth bianco al posto del rosso, liquore alla genziana preferito al bitter.
Dietro al sovrano, la classifica di Drinks International racconta molto di come beve il pianeta nel 2026. Secondo posto in classifica per l’Old Fashioned, whisky, zucchero e bitter dalla New York di fine Ottocento, un cocktail che da questa parte dell'Atlantico convince meno, ma nel mondo anglosassone rappresenta un rito quasi religioso.
Sull’ultimo gradino del podio il Margarita, tequila, lime, Triple Sec e quel bordo di sale che da solo vale metà dell'esperienza. Dagli anni Trenta unisce Messico e Stati Uniti sotto il segno dell'agave, e ha contribuito in modo determinante alla crescita globale delle vendite di tequila fuori dal continente americano.
A completare la top ten il Diaquiri, il Whiskey Sour, il Dry Martini, Espresso Martini, Aperol Spritz, Manhattan e il parimerito fra Mai Tai e Paloma.














