Il quadro che emerge dall'ultimo rapporto dell'Osservatorio nazionale alcol è quello impressionante: 36 milioni di italiani bevono. Tre uomini su quattro, più di una donna su due.
Il modello che gli esperti chiamano “mediterraneo”, con il vino a tavola, il bicchiere a pranzo e a cena e il pasto come limite naturale del consumo, sta cedendo il passo a qualcosa di molto diverso.
Nel 2024, 17 milioni e 800mila persone hanno bevuto alcolici fuori dai pasti: un record storico, per uomini e per donne. Bere lontano dal cibo accelera l'assorbimento dell'alcol nel sangue, amplifica gli effetti e aggrava i danni a lungo termine.
Eppure è un problema di cui non si parla quasi mai, perché il fenomeno non ha un volto riconoscibile: non è il senzatetto con la bottiglia in mano, è il collega che ordina il terzo Negroni, la cena di lavoro che finisce tardi, il weekend che inizia il venerdì sera e non si ferma più.
Ma il dato che preoccupa di più ha un nome inglese ormai entrato nel vocabolario comune: “binge drinking”, ovvero l’abbuffata alcolica, il bere con l’obiettivo di ubriacarsi il più in fretta possibile. Nel 2024 ha riguardato 4 milioni e 450mila persone, 79mila delle quali non avevano ancora compiuto diciotto anni.
In un decennio, il fenomeno è cresciuto dell'84% tra le donne e del 24% tra gli uomini. Messi uno accanto all’altro, questi due numeri raccontano che non si tratta di una deriva giovanile e notturna, come spesso si tende a immaginare, ma di qualcosa che attraversa generazioni, generi e classi sociali con una trasversalità che non ha precedenti nella storicità del fenomeno in Italia.
Se c'è una storia dentro questa storia, è quella delle donne. Se un tempo il consumo alcolico in Italia era un terreno prevalentemente maschile, i dati degli ultimi anni stanno riscrivendo la geografia con una rapidità che ha sorpreso gli stessi ricercatori. Oltre 2,5 milioni di donne rientrano oggi nella categoria dei consumatori a rischio, e il binge drinking femminile è passato dal 2,5% del 2014 al 4,6% del 2024, il valore più alto mai registrato.
Tra le donne anche il consumo fuori pasto è cresciuto quasi del 50% nell'arco di dieci anni. Gli esperti invocano attenzione particolare per le donne in età fertile e per le anziane, citando anche un aspetto spesso trascurato: la correlazione tra consumo di alcol e rischio di tumore al seno, su cui l'informazione capillare latita in modo imbarazzante.
Il metabolismo femminile elabora l'alcol in modo diverso rispetto a quello maschile e non si tratta di discriminazione ma di fisiologia.
I minorenni a rischio sono 580mila. Hanno tra gli 11 e i 17 anni e consumano bevande che la legge vieta loro esplicitamente. Il contatto precoce con l'alcol espone a rischi neurologici documentati e aumenta la probabilità di sviluppare comportamenti problematici in età adulta.
L'alcol, in questa fascia d'età, funziona spesso come porta d'ingresso non verso altre sostanze ma per stili di consumo che difficilmente si correggono da soli nel tempo.
Tra i 18 e i 24 anni, quasi un ragazzo su cinque pratica binge drinking: tra i maschi, le bevande più gettonate sono la birra e gli aperitivi alcolici, gli stessi preferiti dalle ragazze: prodotti pensati per essere gradevoli, accessibili e venduti in contesti dove rifiutare è spesso più difficile che accettare.
All'altro capo della curva demografica, gli anziani: 2 milioni e 450mila over 65 con consumi a rischio, spesso ignorati dalle politiche di prevenzione perché il binge drinking giovanile cattura più attenzione mediatica.
Eppure tra gli uomini anziani il consumo fuori pasto supera il 30% e quello quotidiano eccedentario sfiora il 27%. Tra le donne della stessa fascia d'età, i consumi fuori pasto sono cresciuti dell'80% in dieci anni. In questa fascia d'età il vino resta la bevanda principale associata al rischio: non lo spritz del sabato sera, ma il bicchiere quotidiano che nessuno mette in discussione perché "l'ha sempre fatto" e "fa bene alla circolazione", secondo un’idea che la scienza ha smentito da tempo. L'Organizzazione mondiale della sanità è netta: non esiste una soglia di consumo di alcol completamente priva di rischi.
Il dato più impietoso, però, sono i 730mila italiani che hanno già sviluppato danni fisici o mentali legati all'alcol, persone che avrebbero bisogno di un trattamento clinico strutturato, di cui soltanto l'8,3% viene intercettato e preso in carico dal Servizio sanitario nazionale.
Nove persone su dieci che ne avrebbero bisogno non ricevono nessuna forma di assistenza e non perché non esistano servizi, ma per via di un sistema che non riesce a raggiungerle: mancano strumenti di identificazione precoce diffusi, formazione nei medici di base e risorse nei servizi dedicati.
L'Osservatorio nazionale alcol sta lavorando proprio su questo, sviluppando strumenti che in altri paesi europei hanno già dimostrato l’efficacia, ma che in Italia sono ancora largamente sperimentali.
Al contrario, l'Italia è uno dei paesi europei dove le famiglie spendono meno per l'alcol nella spesa domestica: circa 200 euro a persona all'anno, tra i valori più bassi dell'Unione europea, alla pari con la Grecia e lontanissima dall'Estonia o dalla Lettonia.
Fuori casa la storia è diversa: solo nel primo semestre del 2025 il settore della ristorazione e dei bar ha fatturato 2,3 miliardi di euro in bevande, con una crescita complessiva del 39% rispetto al 2019. I cocktail e i superalcolici crescono, gli aperitivi sono diventati un rito sociale irrinunciabile e il settore delle bevande vale complessivamente 45 miliardi di euro: una filiera enorme, con interessi potenti che non ha nessun incentivo a cambiare le abitudini dei consumatori.
Il conto collettivo, però, è ben diverso. L'Organizzazione mondiale della sanità stima che il costo sanitario, economico e sociale dell'alcol in Italia ammonti a circa 25 miliardi di euro l'anno per ricoveri ospedalieri, pronto soccorso, incidenti stradali, perdita di produttività e costi giudiziari: per ogni euro speso dagli italiani in alcolici, la collettività ne spende altri in conseguenze. È un sistema di sussidi invisibili che nessuno ha mai messo a bilancio, e su cui il dibattito pubblico continua a non decollare.
La sfida non è di convincere gli italiani a smettere di bere perché sarebbe irrealistico, ma qualcosa di più difficile: imparare a distinguere tra il brindisi e l'abuso. Un paese che ha costruito parte della propria identità attorno alla cultura del vino e dell'aperitivo deve trovare il modo di parlare onestamente di quello che sta diventando il suo rapporto con l'alcol.











