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Venerdì 5 giugno, alle 17.00, i lavoratori della sede “Rai” di Torino si sono dati appuntamento davanti al “Palazzo della Radio” di via Montebello 12, per dire ad alta voce quello che nei corridoi interni si mormora da anni: il servizio pubblico radiotelevisivo sta smantellando pezzo per pezzo la propria presenza nel capoluogo piemontese, e non solo lì.

Il presidio di protesta, con lo slogan scelto per la giornata, “La Rai di Torino non si vende, si rilancia”, nasce attorno alla messa in vendita degli immobili storici della Rai, e il Palazzo della Radio torinese figura nell'elenco degli asset in dismissione insieme a “Palazzo Labia” a Venezia e al “Teatro delle Vittorie” a Roma. Una svendita che, secondo i lavoratori, non prevede alcun reinvestimento sul territorio.

L'edificio che si vuole cedere non è un capannone qualsiasi: costruito nel 1939 all'angolo tra via Montebello e via Verdi, il palazzo è sede di uffici e studi radiofonici fin dalla sua inaugurazione, ed è segnalato dal Politecnico di Torino come testimonianza di interesse documentario, con un rapporto paesistico consolidato con la Mole Antonelliana.

La storia che racchiude è ancora più lunga dell'edificio: Torino si affaccia al mondo della radio nel 1924, anno della fondazione dell'URI (Unione Radiofonica Italiana”, la prima società italiana a trasmettere programmi radiofonici. Tre anni dopo diventa “EIAR”, e gli studi torinesi sono scelti sede degli auditori delle stazioni settentrionali, dove nascono compagnie di prosa, orchestre di musica leggera e compagnie di rivista.

Nel 1930 il laboratorio torinese dell'EIAR conta già una cinquantina di tecnici scelti tra i migliori dell'azienda, ed è qui che vengono condotti alcuni dei primi esperimenti italiani di televisione, la trasmissione e ricezione di immagini, negli stessi anni in cui John Logie Baird faceva altrettanto in Inghilterra. Dentro quelle mura, insomma, è nata buona parte della storia delle comunicazioni italiane, e venderle senza una prospettiva di rilancio è la scelta che i lavoratori definiscono “contro i lavoratori e contro la città”.

La protesta non sarebbe completa senza nomi di richiamo, e qui la Rai involontariamente ha contribuito a formare la platea migliore. Al presidio parteciperanno Luciana Littizzetto, lo storico dei media Peppino Ortoleva e lo scrittore e giornalista Bruno Gambarotta, sul fronte giornalistico Silvia Rosa-Brusin, Alessandra Comazzi, Battista Gardoncini e Federico Calcagno. Tra i sindacati presenti Cgil, Snater, Cisl, Libersind e il segretario di Usigrai Daniele Macheda. Messaggi di solidarietà arriveranno da Alberto Angela, Piero Chiambretti, i Subsonica, Massimo Gramellini, Chiara Valerio, Steve Della Casa e Carlo Nesti. Una lista che racconta, senza bisogno di ulteriori commenti, quanto sia trasversale il fronte di chi ritiene che la Rai torinese meriti qualcosa di meglio di un cartello “vendesi”.

L'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, anch'essa tra i soggetti a rischio e progressivamente privata di visibilità locale e ridotta ai margini della programmazione nazionale, porterà il proprio contributo musicale.

Le RSU chiedono tre cose precise: il rilancio del “Centro di produzione Piero Angela”, nel 2024 intitolato allo storico conduttore, la tutela dell'Orchestra Sinfonica Nazionale e il potenziamento delle direzioni tecniche e amministrative di via Cavalli.

Dietro a queste richieste c'è un quadro produttivo che, dicono i lavoratori, si è contratto progressivamente negli ultimi anni: studi vuoti, produzioni ridotte e indotto in sofferenza, mentre l'azienda vende gli edifici.