Tra un'aiuola disegnata col righello e un boschetto pensato apposta per perdersi, il Settecento ha attraversato ogni possibile idea di natura, spesso nello stesso giardino.
Da mercoledì 15 luglio Palazzo Madama, a Torino, racconta questa oscillazione con “Giardini. L'arte di vivere la natura nel Settecento”, curata da Clelia Arnaldi di Balme negli spazi del Guardaroba e del Piccolo Gabinetto Cinese, fino al 6 gennaio 2027.
Il percorso comincia dove tutto è misurato: il giardino all'italiana, nato nel Rinascimento toscano e diventato presto un manifesto politico prima che estetico.
Boboli, a Firenze, fa scuola in tutta Europa, e le incisioni di Antonio de Pienne per le “Regie villae poetice descripte”, stampate a Torino nel 1771, mostrano quanto le residenze sabaude avessero preso sul serio la lezione: siepi tagliate a disegno come ricami, simmetrie che non lasciano nulla al caso, la natura piegata a dimostrare il potere di chi la possiede.
Poi la scena cambia, letteralmente, il giardino diventa teatro e i disegni di Filippo Juvarra e dei fratelli Galliari per le corti torinesi rivelano un verde pieno di sottintesi: la selva che disorienta apposta, il boschetto pensato per le confidenze, lo spazio verde come luogo di intrattenimenti che la corte preferiva non rendere troppo ufficiali.
Lo stesso Juvarra, chiamato a Lucca nel 1706 per il giardino della villa di Luigi Mansi a Segromigno, progetta praticamente tre giardini in uno, tra giochi d'acqua, aiuole geometriche e un fondale a esedra popolato di sculture e tempietti.
Le incisioni di Ignazio Sclopis, torinese vissuto tra il 1727 e il 1793, spostano l'attenzione su cosa si faceva davvero in quei giardini: la veduta di Stupinigi con i viali a raggiera racconta passeggiate, concerti nei padiglioni, regate, partite a palla. Il giardino, prima ancora che un'opera d'arte, era un luogo di vita quotidiana.
La mostra chiude con la rottura: il giardino all'inglese, che smonta ogni geometria in nome del sublime teorizzato in Inghilterra a metà secolo, e il giardino all'orientale, arrivato in Europa attraverso i racconti dei missionari dopo essere stato per decenni solo un'immagine su porcellane e lacche.
Francesco Bettini, architetto e botanico che aveva vissuto a lungo tra Parigi e Londra prima di tornare a Roma, incarna questo passaggio. Curiosamente, le soluzioni non sono così lontane: anche i giardini imperiali della dinastia Qing usano rocce, acqua, alberi e piccoli edifici disposti con apparente casualità su colline artificiali, la stessa che l'Europa stava scoprendo in quegli anni.
Chiude il percorso una vetrina dedicata al conte Lorenzo Freylino, che tra Sette e Ottocento allestisce nel suo palazzo di Buttigliera d'Asti un giardino botanico con piante rare, scambiando semi con i naturalisti più autorevoli d'Europa. I due volumi di acquerelli che ne documentano l'attività raccolgono 123 tavole realizzate tra il 1773 e il 1813.
L'ingresso è incluso nel biglietto delle collezioni permanenti, e lo stesso 15 luglio riapre la Sala Tessuti con “Bianco al femminile”, a cura di Paola Ruffino: 50 manufatti delle collezioni del museo, dai merletti medievali agli abiti da sposa, per raccontare il legame tra il bianco, colore naturale di lino e seta, e l'universo femminile.













