Come se non ci fosse già abbastanza confusione in materia, spunta più o meno dal nulla una nuova categoria di persone che non contenta dei generi a disposizione, ne ha creata un’altra. Sono i “fictosexual”, letteralmente coloro che perdono la testa per personaggi immaginari visti in un fumetto, in un film o in una serie tv. Sembra uno scherzo, ma non lo è, e migliaia di psicologi stanno tentando di analizzare il nuovo fenomeno, cercando una spiegazione logica proprio dove la logica latita.

È abbastanza ovvio che tutto parte dalla difficoltà di procurarsi un partner malgrado le infinite possibilità offerte dalla rete, così ampie da scatenare in qualcuno esattamente l’effetto contrario: una solitudine infinita e straziante capace di trascinare la mente verso vie d’uscita all’apparenza più semplici. Ovvero innamorarsi di qualcuno che non c’è, non esiste, e proprio per questo non darà mai problemi. Una deriva preoccupante che in Giappone è ormai quasi trattata come un problema sociale complicato da arginare, anche per via di sempre più numerosi matrimoni fra persone in carne ed ossa con personaggi tratti da manga, anime e videogiochi. L’esempio più celebre è un certo Akihiko Kondo, un giovane giapponese che nel 2018 ha preteso ad ogni costo di sposare “Hatsune Miku”, protagonista di un fumetto e un videogioco assai popolari da quelle parti.

L’infatuazione verso il personaggio visto al cinema o da qualsiasi altra parte è sempre esistita e forse sempre esisterà, ma non era mai tracimata fuori dai confini dell’umana comprensione. Al fenomeno, che dipende dall’abilità con cui sono descritti i personaggi, si sono aggiunte l’intelligenza artificiale e la robotica, in grado alterare la realtà creando nuove dimensioni in cui non esistono più fantasie impossibili. In ultimo, ma è solo un ordine di tempo, il lunghissimo lockdown che ha costretto il mondo fra le pareti di casa, trasformando le menti più fragili in un campo minato.

Uno studio approfondito dello scorso anno, pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, ha addirittura distinto il fenomeno in tre diversi tipi di relazioni, Fictosexuality, Fictoromance e Fictophilia, ma manca all’appello ancora la parola dell’OMS, che dovrebbe mettere nero su bianco l’incapacità di alcuni esseri umani di avere relazioni con altri esseri umani.

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