Nel 1969 Pier Paolo Pasolini mise Maria Callas davanti a una macchina da presa e le tolse la cosa più sua che esistesse al mondo: la voce. Nel film “Medea” la cantante più celebre del secolo non canta e quasi non pronuncia parola. Pasolini l'aveva scelta per il volto, per la grande capacità di contenere la tragedia senza doverla spiegare.
E Piero Tosi le costruì addosso un costume pesantissimo: strati sovrapposti di tuniche, manto e velo in garza, con conchiglie, scaglie di pigne e amuleti assemblati direttamente sulla stoffa. Un abito che volutamente non era una ricostruzione storica, ma serviva per fabbricare una creatura fuori dal tempo.
Quell'abito è arrivato a Venaria Reale, nelle Sale delle Arti della Reggia, e insieme a lui in epoche diverse a modo suo, l'immagine della regalità femminile nel cinema e nel teatro italiano.
“Regine in scena. L'arte del costume italiano tra cinema e teatro”, aperta fino al prossimo 6 settembre si basa su una tesi: non è l'attrice a costruire la regina, come non sono la regia e la sceneggiatura. È l’abito, il peso di un corpetto che obbliga a una certa postura, la rigidità di una gorgiera che impone di tenere la testa alta, il rosso di un damasco che cambia tonalità con la luce. Prima ancora che la storia cominci, il costume ha già detto tutto.
La mostra è curata da Massimo Cantini Parrini con la storica dell'arte Clara Goria. Il nome di Cantini Parrini non è casuale: è il costumista italiano più premiato della sua generazione, con sei David di Donatello su nove candidature, due nomination agli Oscar (per Pinocchio di Garrone nel 2021 e per Cyrano di Joe Wright nel 2022), sei Nastri d'Argento, un European Film Award, cinque Ciak d'Oro e un BAFTA sfiorato.
L'allestimento è concepito come un'architettura in tre atti (Mito, Storia, Fantasia) e 11 scene. Ogni atto ha il suo colore: bronzo per il mito, oro per la storia, argento per la fantasia. Il mito è il più oscuro, la storia la più luminosa, la fantasia è la più libera.
Nelle Sale delle Arti sfilano 31 abiti firmati dai grandi nomi del costume teatrale e cinematografico italiano dal primo Novecento a oggi: Anna Anni, Giancarlo Bartolini Salimbeni, Aldo Calvo, Milena Canonero, Danilo Donati, Gabriella Pescucci, Luigi Sapelli detto Caramba, Gino Carlo Sensani, Piero Tosi e lo stesso Cantini Parrini.
Accanto a loro, i costumi ideati da artisti visivi come Felice Casorati, Corrado Cagli, Giorgio de Chirico e Arnaldo Pomodoro, che in certi momenti del Novecento trovarono nel teatro il prolungamento della loro arte.
Le opere arrivano dalle Gallerie degli Uffizi–Museo della Moda e del Costume di Firenze, Tirelli Trappetti, Sartoria Farani, Fondazione Cerratelli di Pisa, Costumi d'Arte Peruzzi, Sartoria De Valle di Torino, Archivio Corrado Cagli di Roma. Ogni abito è accompagnato da parrucche, gioielli e ornamenti costruiti su modelli originali appositamente per la mostra e dai bozzetti originali.
Si comincia con la Fantasia, che è forse la sezione più immediatamente seducente. La prima presenza a colpire è la Mirror Queen di Monica Bellucci in I fratelli Grimm di Terry Gilliam (2005). La regina è detta "degli specchi" perché la sua anima vive imprigionata tra apparenza e verità. L'abito realizzato da Gabriella Pescucci, shantung di seta ricamato a macchina con canutiglia e paillettes, inserti laterali in organza operata con righe in lurex, scollo e bordi delle soprammaniche rifiniti da ricamo in canutiglia e perle, corona e orecchini in filigrana metallica con pietre sintetiche, appartiene alla collezione Tirelli Trappetti di Roma.
Sempre firmata da Pescucci è la tunica di Titania per Michelle Pfeiffer nel Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffman (1999): organza di seta plissé con pannello centrale ricamato in ciniglia, filo metallico, pietre e perle di vetro, e un mantello con lungo strascico in seta plissettata a mano, quello che i laboratori chiamano "velo di cipolla", secondo la tecnica resa celebre da Mariano Fortuny per i suoi Delphos. Il mantello è decorato con ricami in crine, inserti vitrei, pietre, ed è foderato in un sari di seta ricamata a macchina: strati su strati, ognuno leggerissimo, tutti insieme capaci di conferire alla figura un movimento quasi aereo davanti alla macchina da presa. La corona dorata si ispira a diademi ellenistici.
Completa il trittico di Pescucci la regina Ariadne, portata in scena da Valentina Cortese nel Barone di Münchausen di Gilliam (1988): corpetto a vita alta in organza scintilla laminata e cangiante, gonna e maniche in garza di cotone plissettata a mano, gorgiera rigida a disco con elementi metallici. Il regista disse pubblicamente che bastava vederla arrivare con quel costume perché tutto nel film cambiasse tono. Per questi costumi, nel 1990 Pescucci ricevette la sua prima candidatura agli Oscar.
Il segmento del Mito è forse il più denso a livello intellettuale. Pasolini compare due volte, con altrettanti film e costumisti diversi: la Giocasta di Silvana Mangano in Edipo Re (1967), nei costumi di Danilo Donati, e la Medea di Maria Callas (1969), firmata da Piero Tosi.
Donati, per il copricapo di Giocasta, si ispirò all'Intendente Sansho di Kenji Mizoguchi (1954), un film caro a Pasolini. La tunica è composta da un intreccio di tubolari in fibra di ovatta lavorati e fissati su garza di cotone, con estremità sfrangiate; la mantellina è ricoperta di conchiglie dorate, il copricapo ha una tesa con piume bianche. Le conchiglie — elemento di rimando a contesti africani dove fungevano da moneta — derivano però anche da una fonte molto meno esotica: erano gli avanzi di una cena tra amici ad Ostia, conservati apposta dal costumista per questo costume.
La Medea di Maria Callas è un caso a sé nella storia del cinema italiano. È l'unica esperienza cinematografica dell'artista, scelta da Pasolini per la forza tragica del volto. Il costume di Tosi è un sistema sovrapposto di sottotunica, tunica con maniche, tunica senza maniche, manto, pazienza, velo in garza, parrucca e collane. Ogni strato ha il suo materiale e la sua funzione e molti elementi furono assemblati direttamente sugli abiti durante le riprese. I costumi, realizzati dalla Sartoria Tirelli di Roma, furono in seguito donati alle Gallerie degli Uffizi.
Nella stessa sezione campeggia Clitemnestra, interpretata da Rossella Falk nell'Oreste di Alfieri con la regia di Gabriele Lavia al Teatro Argentina di Roma nel 1993. Scene e costumi erano di Arnaldo Pomodoro. La tunica in garza di seta plissettata a mano ha una linea fluida, allungata, con maniche ad ali che ampliano la figura; ma sono i seni e gli spallotti in spaltrì dorato, dalla superficie riflettente, a dare al costume la sua dimensione scultorea e quasi metallica.
La sezione Storia è quella più densa di nomi riconoscibili, e forse la più efficace nel mostrare come lo stesso soggetto storico possa essere trattato in modi diversi a seconda dell'epoca, del regista e del costumista.
Cleopatra arriva nei suoi abiti faraonici: quelli del kolossal di Mankiewicz del 1963, indossati da Liz Taylor in quello che rimane uno dei set più costosi della storia del cinema, girato in parte a Roma negli studi di Cinecittà. Il film fu una produzione al limite dell'incontrollabile, ma i costumi rimasero imponenti e costruiti per l'eternità oltre che per la macchina da presa.
Sissi, invece, torna con un volto diverso e un registro completamente mutato. Romy Schneider era già la regina dei cuori europei grazie alla trilogia romantica degli anni Cinquanta, quel ciclo di film che aveva fissato un'immagine di Elisabetta di Wittelsbach come fiaba imperiale. Quando Visconti la chiamò per Ludwig (1973), il progetto era di demolire quel mito sentimentale e restituire una figura inquieta e lacerata.
Piero Tosi lavorò studiando ritratti e abiti della corte asburgica e scegliendo elementi autentici: tra i pezzi esposti in mostra c'è il giacchino da passeggio in velluto di seta del 1865 circa, con ricami floreali in seta e fodera in pelliccia di castoro, poi donato alle Gallerie degli Uffizi, terza candidatura agli Oscar per Tosi, nel 1974.
Elisabetta I Tudor, "the Virgin Queen", compare invece nell'abito di corte della fine del XVI secolo creato da Anna Anni per la Maria Stuardadi Schiller diretta da Franco Zeffirelli al Teatro della Pergola di Firenze nel 1983, con Rossella Falk protagonista. Il corsetto rigido a punta secondo la moda Tudor, la gonna a campana sostenuta da farthingale, la struttura interna che la regge, le soprammaniche ricamate di perle, il sottocollo che forma un mantello argentato: ogni elemento costruisce autorità prima ancora che bellezza. La gorgiera in crine di nylon incornicia il volto come una raggiera, dando alla figura un carattere ieratico. Il costume è conservato dalla Fondazione Cerratelli di Pisa.
Non manca Paolina Borghese Bonaparte nel ritratto cinematografico del 1962 con Gina Lollobrigida (regia di Jean Delannoy, costumi di Giancarlo Bartolini Salimbeni): un abito in stile Impero in raso di seta ricamato con motivi floreali in filo dorato, con robe ouverte in velluto di cotone e api napoleoniche ricamate a canutiglia.
Due presenze in mostra hanno un legame diretto con il luogo che le ospita, e non è un dettaglio da poco. Gianluca Jodice ha girato parte di Le Déluge. Gli ultimi giorni di Maria Antonietta (2024) proprio nella Galleria Grande della Reggia di Venaria, trasformata per l'occasione nella Torre del Tempio, l'ultima prigione di Luigi XVI e della regina prima della ghigliottina. Visitare la mostra significa camminare negli stessi spazi dove Mélanie Laurent ha interpretato la caduta di Maria Antonietta.
Il costume esposto, firmato da Cantini Parrini, David di Donatello 2025, il suo sesto, è una robe à l'anglaise in seta duchesse, composta da redingote e corpetto con revers in velluto di seta, gonna in seta cruda a piccoli pois doppiata da una sopragonna in organza rigata. Le impunture a vista, eseguite a mano, i bottoni in filigrana e marcassite d'argento, la qualità artigianale di ogni dettaglio: tutto parla di un abito che conosce già la propria fine.
L'altra Maria Antonietta è quella di Kirsten Dunst per Sofia Coppola (2006): un’immagine pop e anacronistica che sceglie la leggerezza.
Nella sezione Fantasia trova posto anche la Regina di Selvascura del Racconto dei Racconti di Matteo Garrone (2015), interpretata da Salma Hayek. È un personaggio dominato dal desiderio e il costume di Cantini Parrini (suo primo David di Donatello, nel 2016) lavora su quella tensione con precisione. Il damasco di seta rosso cambia con la luce, evoca carne e sangue, mentre le grandi soprammaniche amplificano la monumentalità della figura, il crine sintetico che rifinisce le cuciture introduce aggressività.
Attorno alla mostra si costruisce un programma che si allarga all'intera Reggia e alle sue collezioni. In concomitanza con l'apertura, l'appartamento della principessa Ludovica (1629–1692), figlia di Cristina di Francia e Vittorio Amedeo I, sorella del duca Carlo Emanuele II, viene riallestito in collaborazione con i Musei Reali di Torino. Nella Sala delle fiere feroci, la camera da letto di Ludovica, trova posto parte del ciclo di tele sui Fatti eroici di principesse della Reale Casa di Savoia entrate per matrimonio a far parte di altre dinastie,realizzato da artisti lombardi tra il 1660 e il 1663 su commissione del retore di corte Emanuele Tesauro in occasione delle nozze del duca Carlo Emanuele II. Le protagoniste, Luisa di Savoia, Adelaide, Anna di Grecia, Beatrice, sono le stesse femmes fortes che alleanze politiche e vicende familiari trasformarono in imperatrici.
In giugno, al Cinema Massimo di Torino, il Museo Nazionale del Cinema propone una rassegna di quattro film in versione originale sottotitolata, Le Déluge di Jodice, Marie Antoinette di Coppola, Medeadi Pasolini, Cleopatra di Mankiewicz, per vedere sullo schermo grande alcuni degli abiti esposti in mostra.
Il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude ha curato l'accessibilità del percorso, che include pannelli visivo-tattili, audiodescrizioni, sottotitoli e traduzioni in LIS (Lingua dei Segni Italiana), testi in caratteri ad alta leggibilità e visite guidate su prenotazione. Il progetto è realizzato in collaborazione con Tactile Vision Lab, Fondazione Paideia, Fondazione Istituto dei Sordi di Torino Onlus e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.
INFO PRATICHE
Regine in scena
L'arte del costume italiano tra cinema e teatro
Reggia di Venaria, Sale delle Arti
17 aprile – 6 settembre
INGRESSO - intero 12 euro; ridotto 10 euro; gratuito sotto i 6 anni.
PRENOTAZIONI - lavenaria.it - tel. +39 011 4992333











