Galleria fotografica

Dal 2006, anno in cui nelle sale la commedia “Il diavolo veste Prada” diventa un film di culto, una domanda tormenta intere generazioni di cinefili e appassionati di moda: perché “Runway”, il magazine di moda dove è ambientato il film, non esiste davvero? Ebbene, l'attesa è finita: l’universo ha risposto, come sempre, con tempismo impeccabile e una certa dose di teatralità.

A poche settimane dall'uscita del sequel - fissata al 29 aprile con la precisione di un fashion week calendar - la macchina promozionale de “Il diavolo veste Prada 2” ha deciso di non accontentarsi dei trailer, preferendo riscrivere la realtà, e il risultato è una delle operazioni culturali più riuscite degli ultimi anni: non una campagna pubblicitaria, ma un'invasione silenziosa ed elegante, esattamente come avrebbe voluto Miranda Priestly, l’arcigna direttrice impersonata da Meryl Streep.

Prima è arrivata la copertina di “Vogue”, quella vera, che ha riunito per la prima volta Meryl Streep e Anna Wintour in una stessa pagina, entrambe in Prada, ovviamente, con un titolo che gioca con l'effetto specchio fino a fare girare la testa.

Le fotografie portano la firma di Annie Leibovitz, la conversazione tra le due è moderata da Greta Gerwig, e il livello di segretezza mantenuto fino alla pubblicazione era degno di un'operazione dei servizi segreti. Anna Wintour avrebbe imposto il silenzio assoluto a chiunque, dipendenti inclusi, perfino alle figlie di Meryl Streep.

Per gli shooting è stata mobilitata la crème de la crème della redazione: Virginia Smith e Grace Coddington a caricare e scaricare abiti in prima persona, mettendo in piedi una macchina organizzativa che suona terribilmente familiare a chiunque abbia visto il primo film.

Ma il colpo di scena vero, quello che ha fatto collassare i social in un pomeriggio, è un altro: Runway è in edicola. Non come gadget allegato a una rivista reale, non come replica da collezione con scritto “prop” sul retro. Una rivista con tanto di sezioni editoriali, contenuti originali e un sito (runwayonline.com), dove il puntatore del mouse è stato trasformato in un rossetto rosso, dettaglio che dice tutto sul livello di cura dell'operazione.

Ad annunciarlo è stato Stanley Tucci, che nel film interpreta il direttore creativo di Runway con quella particolare combinazione di sarcasmo e affetto, mentre in copertina c'è Emily Blunt, ovvero Emily Charlton, la ragazza che nel primo film correva per Manhattan con sacchetti di cibo caldo come se la sua sopravvivenza dipendesse dalla temperatura del brodino di Miranda.

Nel sequel, a quanto pare, ha fondato un brand di successo e da assistente stressata è diventata imprenditrice della moda.

Il magazine è un'edizione limitata, che nel linguaggio moda si traduce con una sola parola: caccia. Trovarne una copia negli Stati Uniti, dove è disponibile solo in selezionate edicole, è già diventato uno sport. Online è più accessibile, ma anche questo ha una sua eleganza, ma i prezzi sono per pochi.

Nel frattempo, fuori dal mondo patinato delle copertine, la promozione del film procede con una serie di apparizioni costruite per il piacere dei fan. Meryl Streep al “Late Show” di Stephen Colbert ha indossato un maglione ceruleo di J.Crew, rendendo omaggio alla celebre scena del primo film, ed è quasi inutile dire che il capo è sold out ovunque.

Anne Hathaway, dal canto suo, ha lanciato un appello ai fan con la premura di chi vuole alimentando un fenomeno: presentarsi al cinema vestiti bene, con un proprio outfit approvato da Miranda Priestly.

E poi c'è il video diventato virale nel giro di ore: Anna Wintour e Meryl Streep in ascensore, sulle note di “Dancing Queen” degli ABBA, che si scambiano battute sul confine sottile tra l'una e l'altra. “Ci siamo già viste da qualche parte?”, chiede la Wintour, “Forse hai visto il mio lavoro”, risponde Miranda-Streep. Difficile stabilire dove finisca il personaggio e dove cominci la persona.

La verità è che a quasi vent'anni dal primo film, Il diavolo veste Prada si è preso la realtà con la stessa efficacia silenziosa con cui Miranda occupava una stanza: senza alzare la voce e senza neanche dover chiedere.