Dai, su, sinceramente: chi in ufficio non si è mai lasciato scappare un sacrosanto “vaffa”? Statisticamente parlando, nessuno. Che sia per colpa di un collega, di un capo particolarmente irritante, di un computer che si è spento sul più bello, di un documento che non si trova più o di un cliente/fornitore che sarebbe assai bello percuotere con una mazza ferrata, l’incazzatura sul posto di lavoro accomuna l’umanità, a qualsiasi latitudine.

Per fare chiarezza, la 4Com, una società informatica inglese, ha realizzato uno studio arrivato a conclusioni sorprendenti: difficilmente, nella media statistica, un dipendente esce dal lavoro senza aver prima pronunciato 11 fra parolacce, bestemmie e imprecazioni varie, mettendo insieme la rispettabile cifra di 55 male parole a settimana. Il 25% degli intervistati ha ammesso che in ufficio gli capiti di lasciarsi, e per contro l’11% ha raccontato di sentire ogni giorno almeno 25 imprecazioni partite dai colleghi. La stima riguarda i cittadini britannici, ma è una precisazione forse inutile, perché se è vero che tutto il mondo è paese, allora vale anche il principio di trasversalità degli smadonnamenti.

Ma non tutto è perduto: secondo gli esperti l’esercizio è assai salutare e permette di non accumulare stress e rabbia che alla lunga possono sfociare nei celeberrimi “giorni di ordinaria follia”.

“Diversi studi suggeriscono che imprecare può essere utile, perché il processo è spesso catartico e lascia trapelare le emozioni. In più, gli altri tendono a considerare chi impreca come una persona più onesta, sincera e credibile”, commenta il dottor Jo Gee, noto psicoterapeuta inglese.

Resta un problema legato ai mesi attuali, quelli che “grazie” al virus hanno spalancato le porte allo smart working: senza capi e colleghi intorno, il numero di parolacce sale o scende? La risposta al prossimo sondaggio. Forse.

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