Ogni impero, prima o poi, si trova davanti al barbaro che diventa una minaccia, e per l’elegante, sofisticato e inappuntabile Champagne quel momento sembra essere arrivato sotto forma di un bicchiere arancione con ghiaccio e fetta d'arancia.
Un modo gentile per raccontare un primato: l'Aperol Spritz ha raggiunto 1,5 miliardi di consumazioni nel mondo, superando i 1,35 miliardi di flûte delle bollicine francesi.
Il confronto non nasce da una contabilità ufficiale sullo Champagne, per il quale non esiste una stima diretta dei calici serviti, il dato certo riguarda piuttosto le 265 milioni di bottiglie immesse ogni anno sul mercato. Applicando una conversione standard di cinque bicchieri da 15 centilitri per bottiglia da 75, si arriva a una stima di circa 1,3 miliardi di serviti. La pate più solida di questa storia è il racconto della scalata di Aperol, in appena vent'anni passata da 60 milioni a 1,5 miliardi di consumazioni globali, con 395 milioni di queste concentrate in Italia.
Un tasso di crescita medio annuo del 17%, numero che in qualunque altro settore industriale verrebbe accolto con lo stesso stupore riservato a un miracolo, e che nel mondo del beverage racconta una macchina di marketing quasi perfetta.
La storia dello Spritz comincia molto indietro nel tempo: le radici affondano nel Veneto di fine Ottocento, quando le pattuglie di soldati austriaci di stanza nel Nord Est trovavano il vino locale troppo forte e chiedevano di allungarlo con l'acqua, dando origine al nome derivato dal tedesco “spritzen”, spruzzare. Nel corso del Novecento l'abitudine si consolida nelle province di Venezia, Padova, Treviso e Rovigo, e dagli anni Sessanta lo Spritz comincia ad accompagnarsi all'Aperol, insieme al Prosecco, altro protagonista del beverage italiano ormai diventato fenomeno globale a sé.
Il vero cambio di passo arriva nel 2003, con l'acquisizione del marchio Aperol, nato nel 1911, e la decisione di puntare sul rito piuttosto che sul semplice prodotto. Il bicchiere da osteria lascia il posto al calice da vino bianco, arrivano il ghiaccio e la fetta d'arancia, e la gradazione relativamente contenuta, circa 8 gradi, permette di posizionare il drink in una fascia di prezzo superiore a una birra ma inferiore a un cocktail classico, un compromesso che si rivela vincente anche sul piano del portafoglio.
L'espansione internazionale segue una geografia precisa, dopo l'Italia intera, tra il 2008 e il 2014 il contagio tocca Austria e Germania, dove il prodotto era già conosciuto grazie ai turisti di ritorno dalle vacanze italiane. A seguire il resto d'Europa, Regno Unito compreso, e tra il 2017 e il 2018 il salto verso Canada e Stati Uniti. È la pandemia a dare la spinta finale: con la ripresa della socialità lo Spritz diventa uno dei simboli della voglia collettiva di tornare a stare insieme.
I numeri più recenti confermano la traiettoria. Nel 2025 Aperol è cresciuto dell'1% in Italia e dell'8% sui mercati esteri, mentre nella prima metà del 2026 il fatturato del gruppo proprietario del marchio è salito del 2,7%, a 1,51 miliardi di euro, con incrementi dell'1,4% in Italia, dello 0,9% in Francia, del 4,3% nel Regno Unito, del 2,7% in Germania e altrettanto in Nord America. Aperol vale oggi il 26% del fatturato complessivo del gruppo, pari a 3,05 miliardi nel 2025, per un giro d'affari all'origine stimabile intorno ai 790 milioni di euro.
A rendere il fenomeno riconoscibile su scala globale ha contribuito soprattutto la formula 3-2-1, tre parti di Prosecco, due di Aperol e una di soda o acqua tonica, diventata una sorta di grammatica universale dell'aperitivo italiano.
Il segnale più chiaro di quanto il simbolo abbia superato i confini della bevanda arriva da episodi che con il marketing tradizionale c’entrano poco: un noto artista internazionale ha mostrato al pubblico sciarpa tricolore, Vespa e Aperol Spritz come icone dell'Italia, mentre un servizio televisivo statunitense trasmesso durante le ultime Olimpiadi ha indicato il drink come emblema dell'arte italiana di godersi la vita.
Anche l'idea originaria del tramonto nel bicchiere sembra ormai superata dai fatti. All'estero il drink accompagna anche i pasti, mentre a Venezia non è raro trovarlo sui tavolini già alle undici del mattino, orario che qualche decennio fa avrebbe fatto storcere il naso a più di un cameriere. Nonostante il traguardo raggiunto, l'azienda non sembra intenzionata a fermarsi: tra gli obiettivi ci sono una maggiore presenza nelle catene di pizzerie e negli autogrill, un ingresso più deciso nei concerti per contendere spazio alla birra, nuovi formati di prodotto e un contrasto più serrato alle imitazioni.











