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Poche categorie di tatuaggi portano nel nome stesso un giudizio come quella che torna di moda proprio in questi mesi: “Tramp stamp”, coniato negli Stati Uniti tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, significa letteralmente ‘timbro da poco di buono’, ed era il modo sbrigativo con cui si liquidava i tatuaggi sulla parte bassa della schiena, appena sopra l'osso sacro.

Oggi il Tramp stamp sta tornando sulla pelle di una nuova generazione, ma con un significato ribaltato rispetto a quello originale.

Il fenomeno esplose alla fine degli anni Novanta complice anche la moda del momento: hipster a vita bassissima e top che lasciavano scoperto l'addome trasformavano quel piccolo disegno sull'osso sacro in un dettaglio visibile. Le celebrità dell'epoca lo trasformarono in un vero e proprio segno identitario: una fatina per Britney Spears, una tigre del Bengala per Angelina Jolie, una coppia di uccellini per Kate Moss.

Gli stili più gettonati spaziavano dal tribale di ispirazione polinesiana e neozelandese fino a farfalle, fiori e motivi geometrici fluidi. Eppure, nonostante l'estetica sexy e ribelle che quelle celebrità contribuivano a legittimare, il tatuaggio restava associato nell'immaginario comune a promiscuità, impulsività e mancanza di responsabilità, uno stigma che le donne che tatuavano il proprio corpo si sono viste appiccicare addosso molto più spesso degli uomini.

La storia della stigmatizzazione attraverso il tatuaggio ha radici antiche: nell'antica Grecia il segno permanente sulla pelle veniva usato per marcare visivamente chi aveva commesso reati o si trovava in condizione di schiavitù, un modo per isolare quei corpi dal resto della comunità sottolineandone la devianza.

Il Tramp stamp, seppure in una forma molto più leggera e circoscritta, ha ereditato per decenni una logica simile: un marchio letto come colpa più che come scelta estetica.

Complice la nostalgia diffusa per l'estetica dei primi anni Duemila e il fascino ritrovato di tutto ciò che richiama quel decennio, il tatuaggio sulla parte bassa della schiena sta tornando come gesto di riappropriazione. A renderlo di nuovo visibile sono anche artiste contemporanee apertamente legate a battaglie femministe: non più un marchio da nascondere o ma una rivendicazione sul proprio corpo.

Sul piano estetico, rispetto alle versioni più vistose e dense di fine anni Novanta, oggi il tratto preferito è più sottile e i riferimenti si muovono su un registro retrò, richiamando lo stile tribale originario oppure soggetti floreali e animali. Neppure allora il tribale restava confinato alla sola schiena femminile: braccia e gambe di molti uomini portavano le stesse forme sinuose, così come andavano di gran moda gli ideogrammi cinesi, spesso scelti più per fascino esotico che per reale comprensione del significato, con il rischio di ritrovarsi incisa sulla pelle una parola diversa da quella immaginata a causa di caratteri invertiti o mal tradotti, incidente capitato persino alla stessa Britney Spears.

Chi decide di tatuarsi, oggi come allora, deve fare i conti anche con la fase più delicata: quella immediatamente successiva alla seduta. Nelle prime due o tre ore è meglio non rimuovere la protezione applicata dal tatuatore, che si tratti di pellicola o garza. Una volta tolta, occorre lavarsi accuratamente le mani con un sapone antibatterico prima di procedere alla pulizia del tatuaggio, da effettuare esclusivamente con i polpastrelli, evitando spugne e soprattutto la tentazione di grattare in caso di prurito. Per asciugare va bene la carta assorbente ma mai l'asciugamano, che rischia di rilasciare pelucchi sulla zona ancora sensibile, mentre la crema da applicare in un velo sottile è quella indicata dal proprio tatuatore di fiducia. Un'attenzione che serve non solo a evitare infezioni e arrossamenti, ma anche a permettere alla pelle di guarire correttamente, mantenendo nel tempo tratti definiti e colori vividi, qualunque sia il significato, vecchio o nuovo, che si è scelto di portare sulla schiena.