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Su ogni treno giapponese esiste un dettaglio che i pendolari toccano ogni giorno senza pensarci: la maniglia rotonda a cui ci si aggrappa in piedi durante il tragitto. Si chiama “tsurikawa”, e rientra nella categoria degli oggetti umili che finiscono per raccontare la storia di un intero paese, perché dietro quel gesto si nasconde una parabola che va dal cuoio ottocentesco alle bande di motociclisti fuorilegge, fino ai negozi di tuning.

Il nome lo spiega molto: “tsuri” significa appendere, “kawa” vuol dire pelle o cuoio, ed è l’eredità delle prime cinghie usate sui vagoni giapponesi, quando di maniglia vera e propria non c'era ancora traccia, solo una striscia di cuoio a cui aggrapparsi come si poteva.

La forma è arrivata al termine di un percorso lungo decenni. Le prime versioni avevano una sagoma triangolare, ripresa dal manico dei ferri da stiro domestici, ritenuta all'epoca la più pratica da afferrare. Solo in seguito, per ragioni ergonomiche, si è imposto l'anello circolare, pensato per infilarci il polso e scaricare il peso del corpo, oltre che per essere ruotato da un passeggero all'altro senza dover toccare il punto appena sfiorato da mani altrui.

Anche le compagnie ferroviarie fanno la loro: colore e orientamento degli anelli cambiano ancora oggi a seconda del tipo di vagone e della vicinanza ai posti riservati.

Se la maggior parte degli tsurikawa vive nell'ombra, alcune linee hanno deciso di trasformarli in una piccola attrazione. Sulla ferrovia che porta a “Disneyland Tokyo” gli anelli hanno preso la forma delle orecchie di Topolino, la serie “Seibu 30000” li ha sagomati a uovo, ma il caso più celebre resta quello della linea “Eizan” di Kyoto: tra 1.030 anelli perfettamente identici se ne nasconde uno solo, rosa, a forma di cuore, spostato di posto ogni pochi giorni. Trovarlo è diventato un piccolo rito propiziatorio tra i passeggeri, che secondo la credenza popolare garantisce fortuna in amore.

La parte più sorprendente della storia comincia però fuori dai vagoni. Dagli anni Cinquanta, con un'accelerazione decisiva nei primi anni Ottanta, lo tsurikawa diventa l'oggetto del desiderio dei “bosozoku”, le bande di motociclisti fuorilegge che nel 1982 arrivano a contare oltre 42.000 membri sulle strade giapponesi, che rubano le maniglie dai treni e le agganciano al paraurti posteriore di auto abbassate, lasciandole strisciare sull'asfalto a ogni curva finché non si consumavano.

Più l'anello risultava logoro, più l'auto era considerata bassa e il proprietario rispettato: esibire uno tsurikawa consumato equivaleva a dichiarare pubblicamente di averlo rubato. Un dispositivo di sicurezza trasformato in trofeo di ribellione urbana.

Oggi quella carica eversiva si è dissolta e lo tsurikawa non si ruba più, basta comprarlo, in decine di forme, colori e materiali, nei negozi specializzati in tuning e drifting sia in Giappone sia in Occidente, dove è diventato un accessorio ricercato tra gli appassionati del settore.

Ma anche in questa versione addomesticata e legale, resta un pezzo di archeologia urbana che racconta come una sottocultura di strada possa, nel tempo, trasformarsi in una nicchia di mercato senza perdere il fascino da fuorilegge.