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Non è un mostro a due teste affamato di vittime, ma qualcosa di vagamente simile: si chiama marketing, e visto nell’eccezione più estrema del termine significa scovare strategie, a volte subdole, per aiutare le aziende a vendere di più massimizzando i guadagni.

Una tecnica cambiata nel tempo, che dai mulini, le famiglie felici e i veterinari eroici è passata ad escogitare strategie come lo “shrinkflation”, contrazione di “shrink” (stringere) e “inflation” (inflazione). Detto senza troppi fronzoli: mantenere la stessa confezione e lo stesso prezzo ma inserendo meno prodotto all’interno. Per i consumatori un inganno bello e buono.

Ma c’è un altro termine che inizia a farsi strada, questa volta legato al mondo della moda e dell’abbigliamento: il “Vanity sizing”. Ancora una volta, spiegato in modo brutale, indica la pratica con cui i brand manipolano le taglie per far sentire più magri i propri clienti, e spingerli a comprare.

Tutto è figlio di una realtà parallela in cui la taglia sull’etichetta conta più del capo stesso, un giudizio sociale che l’industria della moda conosce benissimo: il valore personale di una persona si misura in chilogrammi, centimetri e numeri stampati sul cartellino. Così, se un pantalone riporta magicamente un numero più piccolo, scatta la gratificazione. L’esatto contrario se la taglia rispetto allo scorso anno è uguale o perfino maggiore.

I brand hanno imparato a giocare su questa debolezza, “rimpicciolendo” la taglia lasciando identiche le misure reali. Il risultato? Il cliente si sente immediatamente meglio e, guarda caso, compra più volentieri. È marketing psicologico allo stato puro.

Intorno agli anni Duemila il fenomeno è esploso al punto da rendere necessarie nuove taglie microscopiche: XS, XXS, persino XXXS. Non perché improvvisamente il mondo si fosse miniaturizzato, ma perché le taglie avevano ormai perso ogni contatto con la realtà.

Un tempo esistevano commissioni dedicate a misurare periodicamente la popolazione per definire standard nazionali. Oggi invece ogni brand fa storia a sé: misura a modo suo, etichetta come vuole e decide arbitrariamente cosa far diventare una M o una L. Con l’effetto finale della taglia trasformata in un numero vuoto, quasi un placebo.

Sulle passerelle della moda e in televisione per anni hanno martellato sul concetto che magro è bello, ed è dentro questo immaginario collettivo che il vanity sizing trova terreno fertile: il cliente non compra solo un capo, ma la sensazione di essere “più piccolo” e accettabile agli occhi della società.

Uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Psychology mostra chiaramente che acquistare una taglia più piccola – o anche solo crederlo – aumenta l’autostima. Al contrario, scoprire di dover prendere una taglia più grande genera insicurezza e peggiora la percezione del capo stesso: improvvisamente si è portati a vederne tutti i difetti.

A parità di modello, tra una M e una L si finisce quasi sempre per scegliere la M, anche se veste identico, e soprattutto chi ha un’autostima bassa e fragile diventa molto più influenzabile: sono persone perennemente in cerca conferme, e la taglia più bassa sembra offrirle.

In pratica, il vanity sizing non influenza solo il commercio, ma modella il modo in cui ci si vede, alimentando la pericolosa equazione “magro=bello=giusto”.

Fin qui la parte più nota: le taglie “più piccole” fanno bene all’ego e alle vendite, ma c’è un risvolto sorprendente: anche il contrario – trovare una taglia più grande del previsto – può aumentare la spesa.

Come? Attraverso il “consumo compensatorio”: quando un capo “offende” richiedendo una taglia più grande, l’autostima cala. E per sentirsi meglio, si compra altro. Magari un accessorio o un capo diverso, e comunque qualcosa che restituisca un senso di valore.

In definitiva, l’etichetta non dice niente del corpo, ma racconta molto sulle moderne vulnerabilità psicologiche. E l’industria lo sa fin troppo bene per lasciarsi sfuggire un gol a porta vuota.