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Leif Erikson arrivò in America mille anni prima di Colombo, i suoi discendenti ci sono tornati quest'estate, e hanno portato un tamburo.

Partiamo dall'inizio, o meglio dall'anno Mille circa, quando i vichinghi ammainavano le vele, imbracciavano i remi e si avvicinavano alla riva prima della battaglia.

Ole Frøystad, grande tifoso della nazionale norvegese, ha pensato che questo dettaglio avrebbe funzionato bene anche in uno stadio di calcio e non aveva torto.

Il meccanismo è semplice come dev’essere per mettere d’accordo uno stadio: i tifosi si siedono uno dietro l'altro, avanzano con le braccia e si inclinano all'indietro seguendo il ritmo di un tamburo. Il grido è “Row!”, o “Ro!” nella versione originale norvegese, per chi tiene alla filologia. Poi il ritmo accelera, cresce e culmina in un applauso. Due minuti abbondanti di pura e irresistibile regressione all'epoca vichinga.

La coreografia ha preso il volo dopo la vittoria per 4-1 contro l'Iraq nella gara d'esordio, con Erling Haaland subito a segno nella sua prima Coppa del Mondo, la prima per la Norvegia dopo 28 anni di assenza, giusto per rendere l'idea di quanto fosse atteso questo momento.

Dopo la seconda vittoria nel Gruppo I contro il Senegal, che ha staccato il pass per gli ottavi di finale con un turno d'anticipo, la Viking Row è esplosa definitivamente. Sul prato del “MetLife Stadium”, giocatori e staff si sono seduti fianco a fianco. Haaland in prima fila, sorridente come raramente lo si vede, il capitano Martin Ødegaard ha posato la fascia, imbracciato il tamburone e tenuto il ritmo mentre migliaia di tifosi sugli spalti remavano in perfetta sincronia.

Ma la scena più esilarante, e probabilmente quella destinata a resistere meglio agli archivi di internet, è quella catturata a Boston prima della partita contro l'Iraq. Un gruppo di tifosi norvegesi, in attesa su una scala mobile in un centro commerciale, ha improvvisato la Viking Row sui gradini in movimento. Seduti, trascinati verso l'alto dalla meccanica dell'escalator, remavano.

Da lì la coreografia si è moltiplicata: nelle strade di New York e Boston, in metro, nei ristoranti, persino nel Parlamento norvegese. A Times Square, nel cuore della Grande Mela, centinaia di tifosi con elmetti cornuti, facce dipinte e maglie rosse si sono inginocchiati sul marciapiede davanti agli schermi pubblicitari e hanno remato sotto lo sguardo perplesso dei grattacieli.

La principessa Ingrid Alexandra e il principe Sverre Magnus hanno vogato anche loro, con la compostezza richiesta dal protocollo reale.

Il parallelo inevitabile è con il “Viking Clap” islandese, la coreografia che a Euro 2016 trasformò la piccola Islanda in uno dei fenomeni culturali del decennio. Quel battito di mani lento e potente, accompagnato da un “huh” corale, era ritmo e attesa ipnotica, così come la Viking Row è movimento, ironia e appartenenza.

Due declinazioni diverse dello stesso immaginario nordico messe al servizio di una cosa molto semplice: farsi vedere e sentire in un torneo che di solito appartiene ad altri.

Dietro la coreografia si cela la Norvegia, un Paese costruito sull'acqua: prima di strade, ponti e tunnel, i fiordi erano le principali vie di comunicazione, e si remava per raggiungere mercati, chiese, fattorie e comunità separate dalle montagne. Le navi di Oseberg e Gokstad, conservate nei musei di Oslo, sono tra i manufatti più straordinari dell'intera archeologia medievale europea.