Jannik Sinner ha vinto il suo primo incontro e l’erba di Church Road ha fatto il suo dovere, restituendo il rimbalzo perfetto che la tradizione le impone. Ma chi conosce Wimbledon sa che il vero protagonista della giornata non si misura in ace o in metri di campo coperti, ma nelle tonnellate di fragole, le migliaia di litri di panna e le montagne di sterline che aumentano anno dopo anno.
Le fragole del torneo non sono di varietà qualunque, e guai a chiamarle così davanti a chi le coltiva. Si tratta delle “Elsanta and Malling Centenary”, scelte per la dolcezza e per una consistenza che deve restare soda anche dopo ore sotto il sole inglese, prodotte dalla “Hugh Lowe Farms” nel Kent, la contea che gli inglesi chiamano “il giardino d’Inghilterra”.
Il loro viaggio comincia alle quattro del mattino, quando i raccoglitori scartano a mano ogni frutto che non sia perfetto, e si conclude novanta minuti più tardi ai cancelli dell’All England Club, dove le fragole vengono private del picciolo e ispezionate come se dovessero superare un controllo doganale. Difficile trovare, in tutto lo sport europeo, una filiera più corta e più sorvegliata.
Nelle due settimane di torneo si consumano oltre 38 tonnellate di fragole, circa 2 milioni di frutti, accompagnati da 7.000 litri di panna liquida, disponibile anche in versione vegana per chi ha coscienza alimentare.
Il totale fa 140mila porzioni vendute, ciascuna delle quali deve contenere, per regolamento, almeno dieci fragole di Categoria 1.
Poi c’è il capitolo che agita ogni anno i tifosi più affezionati: il prezzo. Per quindici anni, fino al 2024, l’All England Club ha tenuto la porzione ferma a due sterline e cinquanta, ma caduto quel muro la stangata è arrivata puntuale anche quest’anno: la coppetta costa 2,85 sterline, poco più di 3,40 euro. Una cifra comunque irrisoria che non scoraggia nessuno: le code restano chilometriche, perché a Wimbledon anche fare la fila ha un valore liturgico.
Sul fronte liquido il re resta il “Pimm’s No. 1”, il cocktail a base di liquore alle erbe, ginger ale, menta e cetriolo che quest’anno sfiora le 13,45 sterline a bicchiere: ne vengono serviti circa 280mila, seguiti a ruota da oltre 25mila bottiglie di champagne stappate sui prati.
La novità del 2026 è il “Centre Court Cooler”, 12,80 sterline per un mix di gin, succo di limone, cetriolo e fiori di sambuco.
Dietro lo spuntino più fotografato dello sport ci sono però un nugolo di regole ferree. Wimbledon è l’unico Slam dove il bianco è un obbligo: il regolamento parla di abbigliamento “quasi interamente bianco”, con una tolleranza di un solo centimetro di colore su colletto e polsini. Roger Federer lo scoprì nel 2013, quando le sue suole arancioni vennero giudicate un affronto sufficiente da meritare un richiamo ufficiale.
Solo nel 2023 il club ha concesso alle giocatrici di indossare intimo di colore scuro sotto la gonna, una rivoluzione minuscola arrivata con un secolo e mezzo di ritardo sul resto del mondo.
Anche l’erba obbedisce a un disegno religioso, custodito da un secolo di giardinieri che si sono tramandati come dei monaci appunti su temperatura, umidità e ore di sole. E sopra quell’erba vola Rufus, il falco assunto per tenere lontani i piccioni, talmente popolare da avere un profilo social più seguito di molti giocatori del tabellone principale: nel 2012 fu persino rapito, episodio che a Church Road viene ancora raccontato.
Non tutte le tradizioni hanno retto all’urto del tempo. L’inchino obbligatorio verso il “Royal Box” è stato abolito nel 2003, salvo riapparire quando in tribuna siede il Re. La finale maschile si giocava di sabato fino al 1981, perché la domenica a Wimbledon restava sacra quanto la chiesa, ma le televisioni hanno avuto la meglio, ma solo nel 2022 il torneo ha ufficializzato il gioco anche nella prima domenica.
E quando nel 2012 le Olimpiadi hanno bussato a Church Road, il club ha fatto un’eccezione più unica che rara, pur continuando a spedire le qualificazioni del proprio torneo a Roehampton, per non rischiare un solo filo d’erba fuori posto sul main draw.
Dietro ogni ace di Sinner, insomma, c’è una macchina che dal 1877, quando Spencer Gore vinse il primo torneo davanti a 200 spettatori paganti uno scellino a testa, non ha mai smesso di chiedersi non solo come si vince una partita, ma come si serve correttamente una fragola.












