Galleria fotografica

La vincitrice assoluta dei “World Food Photography Awards 2026” non ha fotografato un piatto ma una donna anziana che versa il tè, sola, in una mensa di un centro termale sovietico in Tagikistan. La britannica Jo Kearney ha intitolato l'immagine “A Woman Eats in the Canteen of the Soviet-era Sanatorium”, e basta poco per capire perché una giuria internazionale abbia scelto uno scatto in cui il rosso acceso della scena fa da contrasto alla fragilità del gesto.

Nulla di spettacolare, ma questo è il tono dell’edizione. Sfogliando le gallerie dei finalisti, il cibo smette di essere protagonista per diventare memoria, tra funghi che ricordano la seta plissettata e superfici più vicine al design che alla cucina.

La food photography ha smesso da tempo di voler far venire l'acquolina in bocca, vuole raccontare il tempo, le persone e i gesti che tengono insieme una tavola, una famiglia o una comunità.

Detto questo, il concorso rimane uno dei più competitivi al mondo: quasi 9.000 fotografie da oltre 50 Paesi, selezionate e giudicate da una giuria internazionale che si riunisce a Londra ogni anno per tracciare una mappa visiva di come il mondo si nutre e si racconta.

Tra gli autori premiati anche Sofia Carrara, con “Daikon with Small Twigs”, selezionata come “Highly Commended” nella categoria studenti, uno studio sul rapporto tra cibo e natura.

L'Italia, nel complesso, è stato uno dei Paesi più rappresentati: accanto a Michela Balboni e Federico Borrella, primo posto nella categoria “Food for the Family”, compaiono tra finalisti anche Marina Spironetti, Valentina Bollea, Diego Papagna, Michele Fini, Lollo Neri, Diego Marinelli e Pier Luigi Dodi.

Il filo che lega quasi tutte le immagini non è quasi mai un piatto ma ciò che lo circonda: le persone che lo preparano, i territori in cui nasce, il lavoro che lo rende possibile, le relazioni che si stringono o si mantengono intorno a una tavola.