di Silvia Leto - Canavesealcentro 

La valorizzazione di un territorio parte anche e soprattutto dalla visione che abbiamo Noi abitanti del territorio stesso. Una visione stanca e retrograda, ancorata a vecchi cliché o ad una storia intensa ma superata per fattori economici, tecnologici e sociali, non può che affossare e far morire quel territorio. Questo paradigma può essere applicato genericamente ad alcuni paesi o città del nostro Canavese, piccoli borghi di montagna un tempo fortemente abitati e vissuti, che hanno perso la loro energia vitale poiché legata ad una realtà industriale che sfruttava la loro collocazione per la produzione industriale, portando di riflesso ricchezza e benessere. 

Ad oggi non ci rimane che una fotografia sbiadita di quella memoria. Nell’immaginario comune infatti il borgo ha una duplice valenza: quella romantica, legata al luogo inteso come paradiso lontano dal caos cittadino, e quella problematica legata alla visione di luoghi senza speranza, luoghi dell’abbandono, contesti fragili ma con ampie possibilità. Questa situazione è tipica di molte zone interne, quelle aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione.

Queste aree appaiono caratterizzate da sfide sociali complesse e problematiche che investono molteplici ambiti tra loro correlati, come: sanità e cure di prossimità, scuola e formazione, imprenditorialità, lavoro e sistema economico, mobilità, integrazione e inclusione sociale, i cui effetti mutano nel tempo e indeboliscono le comunità locali. Ancora lo spopolamento, la riduzione della natalità, la conflittualità politica, l’abbandono scolastico, la qualità dei servizi pubblici, la riduzione degli investimenti e bassa imprenditorialità sono alcuni tra gli effetti negativi sempre più evidenti che hanno un impatto sulla qualità della vita in tali contesti. Questi luoghi possono però rinascere e tornare a vivere attivamente una nuova e consapevole “età dell’oro”. Per fare ciò è necessario abbandonare la classica immagine delle aree rurali e periferiche, interpretandone la realtà potenziale: il borgo, il paese di montagna, la cittadina della periferia, non è solo luogo di ritiro, di isolamento, ma luogo che può essere vissuto attivamente. Al fine di alimentare processi di sviluppo di comunità, in primis si necessità di una leadership pubblica diffusa e credibile, che deve instaurare robusti e duraturi percorsi di collaborazione tra settore pubblico, privato e volontariato che siano in grado di alimentare i beni comuni del territorio. Ma non solo.

Le pratiche artistiche in questo caso possono aiutare a rilanciare queste realtà, rimettere in gioco i ruoli e diventando protagonisti d’avanguardia sulla scena artistica e culturale. La chiave del cambiamento sta nel decostruire certe narrazioni consolidate, aprendo nuove e ampie prospettive. L’aspetto culturale è fondamentale, assieme ai servizi primari, per rendere attrattivi i nostri paesi, i territori delle aree interne, che custodiscono già naturalmente e storicamente le pratiche del ‘buon vivere’, perché hanno dalla loro parte il vantaggio della bellezza, della storia e della natura, ma che ora hanno bisogno di un ritorno alla “pratica della socialità”, e l’arte, da sempre, svolge un ruolo sociale. L’arte e gli artisti possono dare valore ai luoghi, cercandone l’anima, l’essenza e cogliendone la trasformazione. D’altro canto, possiamo affermare che l’arte è ovunque, nelle case, negli abiti, negli oggetti, nella natura. Il grande potere dell’arte è che le cose possono essere percepite diversamente da come normalmente ci appaiono.

Con questo non voglio banalizzare dicendo che l’arte è la medicina di tutti i mali, ma sicuramente (lo testimoniano tante realtà in cui si sono sviluppati progetti incentrati sul tema artistico legato al territorio e al contesto urbano, ad esempio: “Cielo aperto” di Latronico in Basilicata, “Arte all’arte” di San Gimignano, “Ca’ Mon” centro di Comunità per l’arte e l’artigianato della montagna a Monno, “Arte Sella” in Val di Sella in Trentino, Farm Cultural Park a Favara in Sicilia) i nostri borghi dovrebbero puntare seriamente sui luoghi della cultura e sulla bellezza unica che ci circonda per strutturare il proprio futuro.

Oggi il ruolo territoriale degli spazi culturali si amplia, si diversifica e si trasforma sino ad assumere caratteri del tutto imprevisti e sorprendenti: grazie alla tecnologia le distanze si sono annullate e la conoscenza è divenuta globale, per cui accade che progetti originali possano dare origine ad insiemi multidisciplinari capaci di intercettare contemporaneamente diverse esigenze culturali, formative, artistiche ed esperienziali, portando risultati che vanno al di là degli obiettivi strettamente artistici, ma creando un’opportunità che promuove diversi aspetti dello sviluppo territoriale come quello economico, grazie ai nuovi flussi di visitatori che generano impiego; quello sociale, poiché assistiamo alla formazione di reti formali e informali tra gli attori locali; e quello sostenibile, perché rendere “artistico” un territorio contribuisce alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente stesso, innescando nuove potenziali possibilità di miglioramento e di crescita.

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