di Ombretta Bertoldo - Canavesealcentro

Ho letto da poco un interessante articolo sull’ “Internazionale” che raccontava di come l’attrice britannica Tilda Swinton (vista in “Le cronache di Narnia”, “Avengers”…) avesse fondato una scuola nel Nord della Scozia perché i suoi due gemelli potessero frequentare una realtà speciale, una scuola dove si insegni la vita di tutti i giorni. Ha scelto un contesto meraviglioso dal punto di vista paesaggistico, un preciso stampo educativo e ha deciso di “farsela da sé”. Era il 2013. Probabilmente, in quegli anni, l’esperimento venne etichettato come un capriccio da ricchi e famosi e la “scuola speciale” venne frequentata da altrettanti amici ricchi ed eccentrici.

Passato circa un decennio, ci accorgiamo che molte persone, seppur non provenienti da Hollywood, stanno cercando di costruire un ambiente diverso in cui educare i propri figli. Non solo nelle Highlands, ma anche in Italia e nei nostri luoghi più vicini.  

Frugando nella rete, ho constatato che i dati Istat parlano di percentuali invariate negli anni sia dei bambini che frequentano la scuola pubblica sia quella privata in Italia. E’, invece, in lieve crescita, il numero di studenti che non frequentano alcuna scuola. Sono i cosiddetti homeschoolers o che frequentano le scuole parentali o non paritarie.

Homeschooling è il termine anglosassone che indica tutte le forme di apprendimento e istruzione al di fuori del sistema scolastico curricolare pubblico o equiparabile ad esso, ciò che in Italia è riconosciuto dalla legge come “istruzione parentale”. Per la nostra Costituzione, infatti, ad essere obbligatoria è l’istruzione, non la scuola ed esiste un meccanismo di controlli per valutare che l’istruzione sia impartita secondo criteri accettabili, i cui risultati vengono poi misurati attraverso esami di idoneità annuali per gli homeschoolers. Non è facile trovare dati statistici precisi che riguardino l’istruzione parentale, ma si rileva una decisa tendenza all’aumento del numero di alunni che lasciano le scuole tradizionali per essere istruiti “a casa” ed il fenomeno si è amplificato nel triennio 2019-2021, pare sia almeno triplicato. Capofila dell’homeschooling italiano è il Nord Italia, con la Lombardia in testa.

Studiare a casa non significa né essere alunni abbandonati a se stessi né essere studenti di famiglie abbienti con precettori al seguito.

Non significa neppure che i genitori debbano essere insegnanti o, comunque, avere un livello di scolarità elevata per permettere ai propri figli di avere successo negli studi.

Anzi, da alcune ricerche britanniche risulta che il livello di istruzione del genitore permette di prevedere i risultati dello studente solo nella scuola pubblica, non nell’homeschooling. I risultati dei test degli studenti istruiti in famiglia restano alti sia che i genitori abbiano una laurea sia che non abbiano terminato la scuola superiore.

In molti casi, c’è un grado di delega sulla responsabilità operativa e di gestione dell’apprendimento da parte della famiglia verso apposite strutture, le scuole parentali, che possono supportare le famiglie in tutto il processo. Il panorama è molto variegato in termini di scelte educative, modelli seguiti, quantità di delega.

Al di là delle differenze di ciascuno, i fattori comuni sono rappresentati dalla partecipazione attiva dei familiari dello studente, che attivano tempo, risorse ed energie all’educazione e dalla scelta consapevole di sperimentare nuovi modelli di studio. Rappresenta un fattore importante la volontà di conoscere la storia, la geografia, la scienza e la matematica utilizzando maggiormente i musei, le biblioteche, conoscendo il territorio, abitando la natura, le sue forme e le sue numeriche. Come già affermava Galileo: “il libro della natura è scritto in caratteri matematici”. Spesso, però, come citava Maria Montessori più di un secolo fa: “la natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l’aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto un incendio… il bambino, invece, ha bisogno di vivere naturalmente e non soltanto di conoscere la natura”.

In Canavese ci sono già varie realtà parentali interessanti, anche molto diverse tra loro. Alcune sono note da tempo, altre sono neonate, ma penso che avranno un grosso potenziale di sviluppo. Mi piacerebbe conoscerle meglio e parlarne in prossimi articoli, nell’ottica di rafforzare il legame con il territorio e andare a scovare le eccellenze. Sono convinta che, come sempre, la differenza la facciano le persone: laddove ci sono individui competenti, entusiasti e desiderosi di portare nuova linfa, i progetti possono superare le diffidenze, avere successo e delineare nuovi stili di vita più consapevoli e votati al benessere.

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