di Beppe Pezzetto - Canavesealcentro.it 

Non è semplice analizzare le cause di questo costante allontanamento dal sacrosanto diritto di voto da parte dei cittadini. Di certo non ho la presunzione di avere la competenza per fare analisi ben più complesse ed articolate di questa che sto scrivendo; ci sono luminari della materia, politologi, sociologi, economisti che possono dissertare per ore e con competenza sull’argomento, ma da cittadino che cerca di capire, da cittadino che ha cercato di amministrare al meglio la propria comunità passando proprio attraverso lo strumento dell’elezione diretta del Sindaco e che quindi ha dovuto cimentarsi con il giudizio popolare, mi pongo delle domande e mi sento di condividere con Voi alcune riflessioni.

Che il modello della rappresentanza come l’abbiamo conosciuto dal dopo guerra ad oggi sia in crisi e non soltanto in Italia è palese. Quindi la prima domanda che mi pongo è: il modello della democrazia che abbiamo utilizzato in questo breve periodo storico non funziona più? Se così fosse quale nuovo ordine ci dobbiamo aspettare? Sicuramente l’accelerazione di alcuni fattori quali la veloce interconnessione di un mondo sempre più globalizzato anche, ma non solo, dalla digitalizzazione, ha generato un’economia con dicotomie sempre meno “equilibrate”, “pochi sempre più ricchi” molti “sempre più poveri” andando ad erodere quella media borghesia che era il cuscinetto naturale per la compensazione, una sorta di “clearing house”.

Nella parte del Mondo “occidentale” anche il liberismo ha subito trasformazioni di non poco conto così come in quella “post sovietica” il dissolvimento dell’economia socialista pianificata. In questo contesto quasi sottotraccia nella sua fase iniziale poi via via imponendosi è emerso con forza un modello che potremmo definire un’ibridazione dei due precedenti, certo semplificando di molto il concetto, quello Cinese.

Questo per evidenziare come soprattutto nel vecchio continente, vera culla della Politica, la stessa Politica abbia perso quel ruolo di indirizzo e di visione per le politiche economiche, ma anzi abbia sempre più subito le leggi di un mercato che cresceva e mutava così velocemente per il bizantinismo di una politica incapace di anticipare gli eventi e quindi non più in grado di governarli.

Una oggettiva perdita di credibilità ha via via fatto venir meno certezze e rispetto anche, purtroppo, verso le diverse Istituzioni e quindi minato le fondamenta del modello stesso dando vita a periodiche spinte populiste che poi si sono sempre dissolte come neve al sole, lasciando però ulteriori strati di confusione e insoddisfazione e nel caso specifico dell’Italia un debito pubblico che non è più sostenibile e che soprattutto non ha generato quell’ammodernamento di cui abbiamo bisogno.

La rassegnazione del: “Sono tutti uguali” purtroppo è scesa in profondità e pur nella consapevolezza che non sia del tutto vero, non si è mai riusciti a dimostrare concretamente il contrario. Le ideologie del novecento mi paiono del tutto annacquate, ci si misura più sul consenso del breve periodo seguendo le indicazioni ora di questo, domani di quel sondaggio e l’impressione di vivere alla giornata più per tutelare le posizioni acquisite che per costruire opportunità alle nuove generazioni ha fatto il resto, allontanandole sempre di più dalla vera essenza della Politica e quindi anche dall’esercizio del voto.

Ora ho come l’impressione che per rompere questo circolo vizioso e ripartire con vecchi o nuovi schemi di gioco votati al medio lungo periodo si dovrà passare da un momento di rottura, non solo economica ma anche culturale, sicuramente ci sarà chiesta la capacità da sempre insita nell’uomo di essere “adattivi”, e quindi di uscire dalla nostra “comfort zone”, lasciare delle certezze per affrontare nuove sfide. Se fossimo stati più lungimiranti avremmo corretto prima la traiettoria, adesso rischiamo di essere sulla traiettoria.

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