di Luigi Vercellino - Canavesealcentro

Canavesano doc, risiede a Pertusio. Specializzato in gestione delle organizzazioni sanitarie e pubbliche, attualmente è Direttore Generale della Asl di Alessandria. Nel recente passato è stato Commissario dell' Asl To4. La passione per la natura e per la montagna lo ha portato ad essere nominato nel 2017 membro del Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Laureato in economia e commercio presso l’Università di Torino, si è specializzato in management per la Sanità presso la SDA Bocconi di Milano con cui collabora.

Lo scorso 22 aprile a Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si sono svolti gli eventi celebrativi del centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso (insieme al Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise – novello “centenario” anch’esso). Nel suo discorso ufficiale il Presidente Italo Cerise ha delineato in modo lucidissimo cosa è stato e cosa è diventato oggi il nostro Parco. Nato nel 1922 sul territorio che era stato riserva di caccia della Casa Reale Sabauda, ha avuto quale compito primario quella della tutela di specie a rischio di estinzione, lo stambecco in particolare. Tutela quindi. Difesa, salvaguardia. Il Parco, anche attraverso le donne egli uomini del Corpo di Sorveglianza, ha eretto un muro a difesa della fauna selvatica (e della flora, ovviamente), contro tutti i pericoli che ne mettevano a repentaglio la sopravvivenza, ed in particolare contro il più devastante: il bracconaggio. Anni di lotta, in alcuni momenti di guerra vera e propria, con personaggi capaci di azioni straordinarie. Io l’ho toccato con mano, essendo stato mio nonno uno dei bracconieri più incalliti del primo dopoguerra.

Questa lotta, queste tensioni, unite alle politiche di tutela (e di divieti), non hanno fatto amare particolarmente il Parco da parte delle popolazioni valligiane. Il Parco era considerato un vincolo, un freno, un insieme di proibizioni. Nessuna possibilità di vederci una opportunità. Per molti, quindi, un Parco “nemico”. Ma questo nemico ha centrato l’obiettivo, in quanto lo stambecco non si è estinto, anzi è ormai diffuso in buona parte dell’arco alpino. E l’ecosistema tutelato dal Parco vanta una ricchezza pressoché unica. Un risultato straordinario, senza alcun dubbio.

Ma il Parco non è solo difesa e tutela, lo dice anche il suo Statuto: deve porsi in relazione con le popolazioni locali, coltivando progetti di sviluppo ambientale, culturale, sociale ed economico. Faccio parte del Consiglio Direttivo del Parco ormai da quasi cinque anni, ed il principio dello “sviluppo locale” è stato il principale obiettivo strategico, accanto a quello della “tutela”, che il Presidente Cerise ha costantemente perseguito con grande abilità e professionalità. Italo è stato un ottimo Presidente. Di origine valdostana, è stato capace di gestire entrambi i versanti, piemontese e valdostano, con equilibrio ed equità. Molti sono i progetti proposti da lui che io ed i miei colleghi Consiglieri, quasi sempre in modo unanime, abbiamo sostenuto, che hanno portato risorse concrete ai Comuni delle Valli. L’aria è cambiata, un Parco più “amico”, più vicino.

I prossimi mesi saranno di grande importanza, in quanto in estate scade il mandato del Presidente ed insieme ad esso quello del Consiglio Direttivo. Sarà un passaggio molto delicato, in quanto Italo Cerise non è più nominabile per limiti normativi di numero di mandati. Ci sarà un altro Presidente, nominato dal Ministero, su intesa con i Presidenti delle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta. Una regola non scritta prevede che questa volta tocchi ad un piemontese. Lo dico chiaramente, non ho velleità personali: anche se devo ammettere che ritengo il ruolo di Presidente assolutamente affascinante, la mia attuale professione non lo permette in quanto sarebbe normativamente incompatibile. Proprio per questa ragione mi permetto di esprimere alcune idee, sulla base della esperienza di questi anni, a proposito delle capacità che il nuovo Presidente dovrà possedere, chiunque esso sarà. 

Capacità di ascolto. Come ho già sostenuto più sopra l’aria è cambiata e le popolazioni locali, come i vari stakeholders territoriali, si aspettano che il Parco sia un partner affidabile in termini di sviluppo prospettico. E’ necessario proseguire con questa attenzione nei confronti dei Sindaci, delle Associazioni, delle Aziende, delle persone. 

Capacità gestionale. L’Ente Parco è un soggetto pubblico denotato da una caratteristica organizzativa complessa. Da un lato le regole di funzionamento (normativamente stabilite), dall’altra le donne e gli uomini che vi lavorano: la gestione non si improvvisa, soprattutto se consideriamo il fatto che il nostro è l’unico Parco con un proprio Corpo di Sorveglianza. Grande vanto, professionisti di grande valore, che oltre al Direttore ed agli altri Dirigenti devono ritrovare nel Presidente e nel Consiglio persone con sensibilità gestionali ed organizzative.

Capacità nelle relazioni istituzionali. Il Gran Paradiso è uno dei Parchi più importanti di Italia, se non il più importante. I rapporti con il Ministero, con le Associazioni di categoria, con gli altri parchi ed aree protette nazionali ed internazionali richiedono al Presidente la capacità di gestire e qualificare culturalmente le relazioni istituzionali. 

Capacità amministrativa. Il Parco ha sviluppato in questi anni un numero considerevole di progetti, molti dei quali hanno ottenuto finanziamenti anche di notevole entità. E’ ora necessario mettere a terra questi progetti, realizzarli. Ed è necessario farlo con equità, lungimiranza, visione strategica, accortezza amministrativa, unitamente alla partecipazione condivisa con i soggetti partner. 

Il prossimo futuro porterà a scelte, da parte dei soggetti istituzionali preposti, molto delicate. L’auspicio è che si possa proseguire sulla strada fin qui intrapresa, continuando a seminare per un raccolto ricco di opportunità per le nostre Valli e per il Canavese nel suo complesso.

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