di Giorgio Cortese

In piemontese la vespa crabro, calabrone si dice calabron, galavron, calavron ma non ho trovato la parola bargiun, borgiun, bergiun o burgiun, parola usata con diverse pronuncie da anziani ascoltati in Canavese. La parola calabron o sue varianti deriva dal latino crabronem, con l’infulenza del lemma scarabaeum, che deriva su un anteriore lemma frasko, calabrone di origine longobarda, affine al germanico kruslo. Si registra una variantE archaica calabruri, cavalocchio, antica denominazione del calabrone.

La parola canavesana per indicare il calabrone bergiun o sue varianti potrebbe derivare dal lemma piemontese borgno, cieco. O anche da sborgnia, ubricatura con l’aferesi nel parlare della s iniziale, per indicare il tipico vole serale calabrone che sembra che va a sbattere contro gli ostacoli come un ubricato che dondola e si inciampa. In francese la parola cieco si dice borgnè, a sua volta dal latino eburneum oculum. Bianco come l’avorio, per l’aspetto biancastro pupilla. Ma in francese la parola calabrone si dice frelon e questo non ci aiuta, ma nel sud ovest della Francia, calabrone si dice: beurgaud, burgaud o bergaou. Il toponimo Burgaud, è una cittadina ruraleove si formano le prime colline della Guascogna, è il suo nome ricorda l’erica che ricopriva il vecchio territorio. Come si vede l’origine canavesana del bergiun o bargiun non è chiara, ma nella ricerca, mi è stata raccontata una vecchia leggenda Canavesana che parla di questo insetto, associato agli stregoni e alle masche.

Una volta i lavori in campagna erano fatti tutti a mano non esistevano i trattori e allora si raccontava che gli stregoni amavano assumere le sembianze di animali particolari, quando non si presentano come uomini. Si narra che uno di questi animali preferito allora era il calabrone e ora vi racconterò il perché. Un giorno un gruppo di contadini venne a sdraiarsi sul bordo del campo dopo aver tagliato l’erba da fieno tutto la mattina, riposarsi e ristorasi dal faticoso lavoro nei campi, mangiando del formaggio fresco tagliato con una corda detto lo strasapapè, bevendo del vito mischiato con aceto, per non ubriarsi ma per togliersi con il gusto acre la sete della calura del giorno. Uno di questi contadini, preso dalla fatica e magari bevuto vino puro e non tagliato con aceto si addormentò a bocca aperta.

Poco dopo, gli altri uomini sentirono un ronzio pesante e videro uscire dalla bocca dell’addormentato un calabrone. Gli altri contadini, che su di lui nutrivano sospetti per certi fatti che erano parsi insoliti, ebbero la conferma che questa persona era un mascun, uno stregone e, appena il calabrone volò via, decisero di verificare la cosa e impedirgli così di fare del male a qualche innocente. Vuotarono perciò il barilotto con il poco vino e aceto rimasto che avevano portato con loro per il pranzo e lo sistemarono sulla bocca dell’uomo, con l’apertura verso l’alto.

Quando l’insetto ritornò, cercò in tutti i modi di entrare nella bocca dell’uomo che dormiva, ma ovviamente non ci riuscì. Pian piano, ronzando e posandosi sulla botticella, iniziò a scalarla e quando trovò il buco del tappo aperto ci si infilò dentro alla svelta. I contadini, che erano rimasti fermi e immobili accanto allo stregone per non spaventare il calabrone, saltarono su e tapparono prontamente il piccolo barilotto, imprigionandovi dentro l’insetto. Dall’interno del barilotto si cominciò a sentire il ronzare furioso del calabrone, il contenitore si alzò in volo, spinto dalla rabbia dello stregone-insetto! Il piccolo barilotto iniziò a volare a destra e sinistra, andando a sbattere contro una quercia li vicino. A forza di sbattere contro degli alberi, finalmente il barilotto si spezzò e il calabrone volò via sparendo dalla vista dei contadini. L’uomo che dormiva sul prato però non si svegliò mai più. (blog di Giorgio Cortese)

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