FAVRIA - In mezzo alle polemiche tra virus e vaccinazione, potrà sembrare futile ma fra le vittime del Covid19 ci sono anche le chiacchiere di cortesia. Mi spiego meglio, mi riferisco a quel parlare del più e del meno che si improvvisava quando si incontravano le persone dopo una stretta di mano, i discorsi che si intrecciavano al bar nella pausa caffè,  per strada, negli incontri fortuiti nei negozi, alle cene ed eventi. In questi incontri si esordiva sempre per la maggior parte delle volte con un «Come stai?» a cui seguiva dell’interlocutore: «Benissimo, alla grandissima, tu?” e poi il discorso proseguiva incanalato su una sequenza di domande leggere del tipo: “Cosa fai di bello? Hai fatto qualcosa di divertente? Da quale parte del mondo torni?».

Oggi, il pericolo è che a un «Come stai?», l’occasionale interlocutore mi risponda ringhiando «Come vuoi che stia?» o che mi apra una sfilza di lamentele, di rimostranze o peggio che mi parli della sua posizione sui vaccini e sul virus!
Fare quattro chiacchiere è piacevole e anche una forma di educazione e anche il naturale bisogno di stabilire connessioni e sentirsi parte di una comunità. Si spendeva il tempo iniziando a parlare del tempo per poi parlare di tutto con leggerezza, senza astio e polemiche ma confrontandoci sulle idee. Oggi quando incontro qualcuno, che da tempo non vedo, con il viso nascosto dalla mascherina sicuramente non posso chiedergli se fa qualcosa di divertente, magari ha perso il lavoro o ha appena avuto il Covid 19 o ha dei famigliari infettati a casa o in ospedale. A volte in apertura parto con l’ovvietà del tempo, affermando che fa freddo, dopo il saluto.  Certo manca all’apertura la stretta di mano, mi manca da due anni il contatto fisico del dare la mano alle persone, ma non rinuncio a parlare, anche solo per ascoltare quello che ha da dire.
Molte volte l’interlocutore afferma idee sulla pandemia e vaccini che sono in contrasto con le mie idee, a volte ide bizzare, ma oggi più che mai la gente che si incontra ha bisogno di parlare e socializzare con i limiti imposti dalle misure anti contagio.

Ho letto in un libro che Leonardo Da Vinci affermava che il: «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri». Nella mia ignoranza ritengo che oggi complice i social e la pandemia siamo contaminati dall’autismo di massa. Abbiamo smesso di ascoltare gli altri, e ognuno porta avanti solo la sua idea senza curasi di chi ha intorno o di quanto afferma. Certo ascoltrare non è mai stato facile e oggi con la pandemia e con le regole del distanziamento sociale è difficile. L’ascolto ha bisogno di mettere insieme l’orecchio, l’occhio, il cuore, e dunque è una sorta di esercizio che mette in moto l’intera persona. Ascoltare vuole dire liberasi dai pregiudizie  e faziosità che invece stanno crescendo a dismisura, anche per effetto della viralità del web, che concede a tutti la possibilità di coltivarli e di esprimerli. Oggi molti affermano le loro idee con intolleranza, cinismo sterile, convinzioni che si propagano  come false verità. Sono tutti virus che inquinano l’ascolto evitando di parlarci addosso.

Oggi abbiamo bisogno di ascoltare, con un pizzico di umiltà, ma senza mai rinunciare passivamente  alle motivazioni degli altri, perché per  andare avanti, le nostre sole azioni sembrano non bastare e dobbiamo aggrapparci con tutte le nostre forze alla speranza, agendo come se quello che facciamo,  facesse la differenza, anche in questa piccola azione dell’ascoltare. Credetemi la fa, la storia umana ci insegna che la  maggior parte delle cose importanti nel mondo sono state compiute da persone che hanno continuato a provare quando sembrava che non ci fosse alcuna speranza. (blog di Giorgio Cortese)

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