di Giorgio Cortese
Quello che è accaduto a Crans-Montana non può restare confinato alla cronaca. Non è soltanto una tragedia alpina, non è un titolo da scorrere distrattamente la mattina: è uno di quei traumi che interrompono la routine e costringono una comunità intera a fermarsi, a guardarsi negli occhi, a riconoscersi fragile.
In Svizzera, come altrove, il lutto raramente diventa spettacolo. Prende forma nei segni piccoli e concreti: una candela accesa, una porta di chiesa lasciata aperta, silenzi condivisi. In una cultura dove la riservatezza è quasi una seconda natura, la presenza discreta, un semplice “sono qui”, esprime più di mille parole.
Ma mentre una tragedia improvvisa scuote e, per un momento, unisce, nel mondo esiste un dolore continuo, sistematico, spesso invisibile, che non nasce da fatalità ma da scelte politiche, economiche e militari. È un dolore che ha un nome: potere al servizio del denaro.
In Italia, pochi giorni fa, un ferroviere è stato ucciso a coltellate nel parcheggio riservato ai dipendenti della stazione di Bologna. Era in giorno di riposo, stava raggiungendo la sua auto. Una morte assurda, improvvisa, che riporta al centro il tema della sicurezza nei luoghi pubblici e nei luoghi di lavoro, e il senso di vulnerabilità che attraversa anche le nostre città più organizzate.
E poi ci sono le morti nei cantieri e sui luoghi di lavoro, così numerose da rischiare di diventare una statistica senz’anima. In Svizzera e in Italia si contano ogni anno centinaia di vittime: operai schiacciati da macchinari, colpiti da carichi che cadono, travolti da mezzi, precipitati da impalcature. Morti che spesso arrivano dopo turni massacranti, in contesti dove la sicurezza viene vissuta come un costo da ridurre, una voce di bilancio da comprimere.
Questi casi non sono episodi isolati. Sono il sintomo di un modello che mette il profitto davanti alla vita, che accetta il rischio come prezzo inevitabile della produttività, che considera la morte sul lavoro una tragica ma tollerabile conseguenza del progresso.
Ma se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che la stessa logica governa tragedie molto più grandi. Le dittature continuano a uccidere per mantenere il potere: oppositori eliminati, manifestanti fucilati, prigionieri torturati, dissidenti impiccati dopo processi farsa. Nel corso del Novecento e fino ai nostri giorni, i regimi autoritari hanno provocato decine di milioni di morti. Non per errore, ma per progetto.
E poi ci sono le guerre, che non nascono solo dall’odio o dalle rivalità etniche, ma da interessi economici enormi. Il commercio mondiale delle armi vale centinaia di miliardi di dollari ogni anno. Ogni conflitto è un mercato. Ogni bombardamento è un investimento. Ogni fronte aperto è un bilancio che cresce. La guerra diventa un affare, una filiera produttiva, un settore industriale che prospera sulla distruzione.
I civili uccisi, i bambini mutilati, le città rase al suolo, i profughi ammassati nei campi non sono effetti collaterali: sono il risultato diretto di un sistema che ha trasformato la morte in business.
Il denaro che uccide non è solo quello che compra armi. È quello che compra silenzi, indifferenza, complicità. È quello che giustifica l’abbandono della sicurezza, la precarietà, l’ineguaglianza. È quello che trasforma la vita umana in una variabile economica e la morte in un costo accettabile.
La tragedia di Crans-Montana ci ricorda che la vita può spezzarsi in un attimo. Le tragedie quotidiane dei ferrovieri, degli operai, delle vittime delle dittature e delle guerre ci ricordano che la vita, in troppi casi, viene spezzata ogni giorno.
Forse il vero compito delle nostre comunità non è soltanto piangere i propri morti, ma imparare a riconoscere come propri i morti degli altri: quelli che cadono sul lavoro, quelli che vengono uccisi dalla repressione politica, quelli che muoiono sotto le bombe fabbricate nelle fabbriche del mondo ricco.
E forse la ricchezza più autentica non è quella che riempie i conti in banca, ma quella che difende, protegge e custodisce la vita. Perché, in fondo, l’unica vera misura di una civiltà non è quanto produce, ma quante persone sceglie di non sacrificare.








