di Giorgio Cortese
La parola “Epifania” viene dal greco epipháneia, “apparizione” o “manifestazione”, perché celebra la rivelazione di Cristo al mondo attraverso i Magi. La Befana, figura della tradizione popolare italiana, ne è una trasformazione folkloristica: una vecchia donna che porta doni ai bambini, mescolando sacro e festa.
Secondo il Vangelo di Matteo, i Magi, guidati da una stella, giunsero a Betlemme e «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».
Perché proprio questi doni?
Oro: simbolo di bellezza, eternità e luce, degno di un re. Incenso: resina sacra che purifica l’aria e accompagna le preghiere verso il cielo. Mirra: resina dall’aroma intenso, usata per unzioni sacre e riti funebri, a ricordarci la fragilità della vita terrena. Questi doni, preziosi e pieni di significato, parlano della natura divina e umana di Cristo, della sua missione salvifica.
E forse il vero insegnamento è qui: seguire la propria stella, portare doni che hanno senso, riconoscere il divino nella vita quotidiana. Oro, incenso e mirra diventano così simboli di luce, preghiera e memoria: segni di meraviglia e di amore che attraversano i secoli e continuano a illuminare il cammino di chi sa guardare oltre.






