di Giorgio Cortese
La Palestina non è solo una questione di confini, di religione o di politica internazionale: è diventata il simbolo di un popolo privato del diritto di esistere. Per comprenderlo bisogna guardare alla storia, ma soprattutto alla realtà presente.
Dal 1948, anno della nascita dello Stato di Israele e della Nakba, cioè la catastrofe che costrinse centinaia di migliaia di palestinesi all’esilio, si susseguono occupazioni, guerre e cacciate. La guerra del 1967 ha trasformato Gaza e Cisgiordania in territori occupati, mai restituiti, dove milioni di persone vivono senza libertà di movimento e sotto il controllo militare. La costruzione di insediamenti, la confisca di terre, la demolizione delle case e l’espulsione forzata hanno minato la sopravvivenza quotidiana di intere comunità.
Il caso di Gaza è oggi il più drammatico. Due milioni di persone stipate in quaranta chilometri di lunghezza, isolate dal mondo, senza possibilità di uscire né di ricevere beni essenziali. L’assedio imposto da Israele da oltre quindici anni è già di per sé una forma di punizione collettiva che il diritto internazionale considera un crimine di guerra. Ma ciò che sta avvenendo in queste settimane va oltre: bombardamenti continui, ospedali colpiti, acqua, cibo ed energia tagliati deliberatamente. Questo non è “difesa”, è sterminio sistematico.
La Convenzione ONU del 1948 definisce genocidio “l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Quando un popolo viene costretto a vivere senza risorse vitali, sotto attacco costante, con la sua identità e la sua presenza stessa negate, ci troviamo di fronte a un genocidio. Non è una parola da usare con leggerezza, ma è la sola che rende giustizia all’orrore che i palestinesi subiscono.
Eppure la comunità internazionale continua a chiudere gli occhi. I governi occidentali ripetono il mantra del “diritto di Israele a difendersi”, ma non parlano mai del diritto dei palestinesi a sopravvivere. Questo silenzio, questa complicità diplomatica, è parte del problema. Perché ogni volta che il mondo tace, legittima nuove violenze, nuovi massacri, nuove vittime innocenti.
Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per fermare la spirale. Quello in corso non è un conflitto tra pari, non è una guerra equilibrata: è un popolo sotto occupazione che viene progressivamente annientato. È genocidio.
Il grido dei palestinesi non è soltanto una richiesta di aiuto: è una richiesta di riconoscimento, di dignità, di giustizia. Ed è un grido che ci riguarda tutti. Perché permettere che un genocidio si compia sotto i nostri occhi, nel XXI secolo, significa tradire i principi stessi dell’umanità.








