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di Giorgio Cortese

Era una mattina di luglio, una di quelle giornate in cui il sole sembra voler abbracciare ogni cosa. L'aria era già calda, il cielo limpido, e le strade avevano quella tranquillità tipica dell'estate.

Eppure, dentro di me, non c'era la leggerezza di una giornata estiva.

Da poche settimane un mio parente aveva affrontato un momento difficile. Durante il ricovero aveva avuto bisogno di diverse trasfusioni di sangue. Ricordo ancora l'ansia, l'attesa fuori dalla stanza d'ospedale, le parole dei medici e quella consapevolezza improvvisa: qualcuno, da qualche parte, aveva donato il proprio sangue senza sapere chi ne avrebbe avuto bisogno. E quel gesto anonimo stava aiutando una persona che amavo.

Per giorni non riuscii a togliermi quel pensiero dalla testa.

Così, quella mattina assolata, decisi di fare qualcosa che avrei potuto fare da anni. Mi diressi verso la sede della FIDAS del mio paese. Mentre camminavo, provavo una strana emozione: un misto di gratitudine, responsabilità e anche un po' di vergogna.

Gratitudine verso chi aveva donato prima di me.

Vergogna perché, fino a quel momento, non avevo mai trovato il tempo. O forse, più semplicemente, non avevo mai sentito abbastanza vicino il problema.

Entrando nella sede fui accolto da volontari sorridenti. L'atmosfera era serena, familiare. Nessuno faceva gesti eroici, nessuno cercava applausi. Persone comuni che dedicavano un po' del loro tempo per aiutare qualcuno che probabilmente non avrebbero mai incontrato.

Quando arrivò il mio turno e mi sdraiai sul lettino, sentii svanire ogni esitazione. La donazione durò pochi minuti, molto meno di quanto avevo immaginato. Guardavo dalla finestra la luce intensa dell'estate e pensavo a quanto fosse semplice fare qualcosa di così importante.

Una sacca di sangue, poco tempo e nessuna fatica particolare.

Eppure quel gesto poteva fare la differenza tra la paura e la speranza per una famiglia.

Quando uscii dalla sede FIDAS, il sole era ancora alto. Mi sentivo leggero, quasi in pace. Non per aver compiuto qualcosa di straordinario, ma per aver finalmente fatto ciò che avrei dovuto fare da tempo.

Fu proprio allora che mi colpì un pensiero. Perché avevo aspettato?

Perché avevo avuto bisogno che il problema entrasse nella mia famiglia per capire davvero quanto fosse preziosa una donazione?

La verità è che spesso pensiamo che certe cose riguardino sempre qualcun altro. Finché un giorno quel "qualcun altro" diventa un padre, una madre, un fratello, una sorella, un amico.

E allora tutto cambia.

Quel giorno donando alla Fidas ho capito che il sangue non si può fabbricare, non si può comprare, non si può ordinare all'ultimo momento. Esiste soltanto grazie alla generosità di chi sceglie di donarlo prima che serva, prima dell'emergenza, prima della telefonata che nessuno vorrebbe ricevere.

Prima che una famiglia si trovi ad aspettare una trasfusione.

Se oggi racconto questa esperienza è perché spero che qualcuno non commetta il mio stesso errore. Io ho iniziato a donare dopo aver visto da vicino il bisogno. Avrei potuto farlo molto prima.

E forse il vero valore della donazione sta proprio qui: aiutare una persona che non conosceremo mai, in un momento che non possiamo prevedere.

Perché quando il bisogno arriva, è già troppo tardi per decidere di diventare donatori.

La scelta va fatta prima.

Possibilmente in una luminosa mattina d'estate, come quella in cui entrai nella sede FIDAS e uscii con una convinzione che non mi avrebbe più lasciato: donare sangue non è un gesto per gli altri. È un gesto che unisce tutti noi.