di Giorgio Cortese
Chi vandalizza in Italia non è un attivista, non è un dissidente, non è un rivoluzionario. È, molto più banalmente, un incivile che rompe cose altrui e poi si racconta una favola per sentirsi importante. Verniciare muri, spaccare vetrine, incendiare cassonetti e devastare spazi pubblici non è “lotta”, è sfascio. E lo sfascio non ha mai cambiato il mondo: ha solo reso le città più brutte e le tasse più alte.
Ogni atto vandalico è un attacco diretto alla comunità. Colpisce scuole, mezzi pubblici, monumenti, quartieri popolari. Colpisce chi lavora, chi studia, chi paga. Altro che ribellione: è vigliaccheria comoda, perché il conto lo pagano sempre gli altri. Soprattutto i più fragili, quelli che non possono permettersi di vivere lontano dal degrado che questi “rivoluzionari” producono.
I sedicenti rivoluzionari dello sfascio totale, spesso nullafacenti per vocazione, confondono l’azione politica con il vandalismo perché la prima richiede studio, disciplina, responsabilità. La seconda richiede solo una bomboletta spray, un passamontagna e zero idee. Odiano lo Stato, ma pretendono che poi lo Stato ripulisca. Disprezzano le regole, ma piangono quando qualcuno gliele fa rispettare.
E qui va detto senza ipocrisie: le forze dell’ordine meritano rispetto e sostegno, non delegittimazione. Polizia, carabinieri e operatori della sicurezza non sono “il braccio armato del potere”, ma donne e uomini che ogni giorno difendono cittadini, quartieri e beni comuni, spesso in condizioni difficili e sotto una pressione costante. Attaccarli, insultarli o dipingerli come nemici è una scorciatoia ideologica utile solo a chi vuole l’impunità.
Chi aggredisce le forze dell’ordine o le provoca sistematicamente non sta sfidando il sistema: sta minando le basi della convivenza civile. Senza chi fa rispettare la legge non c’è libertà, c’è solo la legge del più violento. E quella, guarda caso, favorisce sempre i peggiori.
Il messaggio deve essere chiaro, ovunque e per tutti: chi vandalizza va individuato e punito. Senza sconti, senza romanticismi, senza giustificazioni sociologiche dell’ultima ora. Identificazioni certe, processi rapidi, sanzioni vere. Perché la tolleranza sistematica non è dialogo: è resa dello Stato e schiaffo in faccia a chi le regole le rispetta.
Il dissenso è legittimo e necessario in una democrazia. Ma il dissenso si fa con le idee, non con i sassi. Con le proposte, non con la devastazione. Quando si passa alla distruzione si esce dalla politica e si entra nel codice penale. Non è repressione dirlo: è semplice realtà.
L’Italia non può più permettersi di normalizzare il vandalismo come se fosse folklore urbano. Le città non sono campi di battaglia né parchi giochi per frustrati cronici. Chi vandalizza non rappresenta nessuno, se non il proprio vuoto. E la legge non è un’opinione, né un muro su cui scrivere slogan scadenti.
Il rispetto dei beni comuni e di chi li difende è il minimo sindacale di una società adulta. Dove manca questo rispetto non cresce la libertà: cresce solo il caos. E il caos, come sempre, conviene solo a chi non ha nulla da costruire (screenshot dal video pubblicato da Torinoggi).








